Fennesz: PLAYS e Agora, più di vent’anni di musiche e di ricerca su #neuguitars #blog

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Fennesz: PLAYS e Agora, più di vent’anni di musiche e di ricerca

http://www.fennesz.com/

https://fenneszreleases.bandcamp.com/track/umbrella

https://touch33.net/catalogue/to115-fennesz-agora.html

La nuova uscita discografica, nuova dopo un silenzio prolungato di quasi 5 anni dal precedente “Bécs” del 2014, del chitarrista austriaco Christian Fennesz ha suscitato in me il desiderio di fare una sorta di salto temporale, tornando a quei momenti quando incontrai per la prima volta la sua musica.

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Il mio incontro con la chitarra elaborata di Fennesz avvenne nel 1998, negli studi di Radio Base Popolare a Mestre dove aiutavo, divertendomi, alcuni amici nella preparazione del loro programma radio White Noise, dedicato alle musiche di frontiera. Una sera un amico, non ricordo chi, portò questo cd, infilato dentro a una custodia di cartoncino bianco, rosso e nera, dove in evidenza c’era il disegno di un divieto su una palma e il cui ascolto ci lascio davvero a bocca aperta. Era quel “PLAY”, mini cd prodotto dalla Mego che conteneva due cover: “Paint it Black” dei Rolling Stones e “Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder)” che anticipavano, mai noi all’epoca non potevamo saperlo, quel Endless Summer che avrebbe fatto gridare al miracolo qualche anno più tardi.

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Riascoltato dopo oltre 20 anni questo mini cd non ha minimamente perso nessuno degli spunti creativi che ci avevano colpito all’epoca e continua a segnare un percorso creativo di altissimo livello. A colpirmi principalmente la versione corrosa, derivata, sconnessa del brano dei Rolling Stones.

Una sorta di cover liberamente de-costruita che suggeriva l’abbandono a una suggestione e il lento scomporsi della musica come metafora di una condizione creativa assolutamente contemporanea, riuscendo a definire alcuni tra i suoni più ricchi e sofisticati del passaggio dall’era digitale a quella post-digitale. Eravamo in piena epoca “glitch” e scoprire un chitarrista che riusciva a evolverne la glaciale estetica grazie a suoni sono generati a partire dalla chitarra e non tramite procedimenti sintetici, fu una bella sorpresa. Le due reinterpretazioni procedevano più per impressioni e suggestioni che per similitudini formali. “Paint it Black” dei Rolling Stones e “Don’t Talk (Put Your Head on my Shoulder)” dei Beach Boys rappresentarono frammenti a-direzionali di enigmatica bellezza, che si muovevano in maniera radicalmente diversa dalla schizofrenia dei Devo e dagli standards reinterpretati da Derek Bailey. Fennesz riprendeva le atmosfere e alcune tonalità degli originali ma senza utilizzarne campionamenti (un netto cambio di posizione rispetto alle scelte dell’epoca) ottenendo una sua trascrizione personale delle due canzoni, polverizzandole in atomi di suoni soffusi. Al momento della sua uscita “Plays” sembrò quasi il geroglifico di una lingua dimenticata, che riuscì a toccare le corde emotive dell’ascoltatore, a insinuare diversi dubbi estetici all’interno della compagine delle produzioni digitali che andavano per la maggiore e a rivalutare il concetto estetico di cover. Concetto che porterà al massimo livello creativo tre anni dopo in “Endless Summer”: allusione mirata alla nostalgia di un’estate pop perduta, infinita e inaccessibile.

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Quest’anno con “Agora” Fennesz torna a immergersi totalmente nel mare della frammentazione sonora, una delle caratteristiche della sua impronta stilistica, unendo assieme, in un suono a dir poco sontuoso e articolato elementi, noise e ambient, sui quali si distende l’ombra di una chitarra astratta ai limiti del riconoscibile.

Agora” mostra un caleidoscopio barocco di suoni e di armonici di chitarra trascinanti, dove rivivono l’entusiasmo per l’estetica del glitch, della frammentazione sonora, dei rumori digitali, della chitarra conservando come sempre un gusto del tutto personale per certe melodie quasi nascoste nella trama complessa delle sue derive digitali. “Agora”, che nell’antica Grecia era la piazza principale della città, luogo di incontri e scambi, conferma le coordinate espressive degli ultimi anni, ma nascono in condizioni simili a quelle degli esordi sperimentali dell’artista austriaco. Ritrovatosi per qualche tempo senza il suo studio di registrazione, Fennesz ha dovuto forzatamente trasferire la strumentazione nella sua abitazione viennese dove ha registrato le tracce nel completo isolamento delle sue cuffie. Quel che ne risulta è uno tra i viaggi più immersivi e quasi intimi sinora da lui prodotti, un esempio di complesso espressionismo sonoro, composto da delicate stratificazioni cromatiche, quasi un complesso contrappunto barocco in cui vengono alternati colori accesi e linee armoniche più aspre. Forse è l’inizio di un nuovo percorso creativo. Christian Fennesz continua inevitabilmente a stupirci.

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