Lunga vita ai Radiohead (e anche a Paolo Angeli) su #neuguitars #blog

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Lunga vita ai Radiohead (e anche a Paolo Angeli)

Quando alla fine del 2018 Paolo Angeli ha realizzato il suo ultimo disco 22.22 Free Radiohead mi sono trovato di fronte a un problema, come recensire adeguatamente questo disco avendo solo una conoscenza sommaria di questo gruppo? Lo ammetto. Quando i Radiohead furoreggiavano alla fine degli anni 90 e all’inizio del 2000, il mio orecchio, la mia attenzione erano attratti da altri suoni. Nel 1997, mentre “Ok Computer” regnava, io ero affascinato dall’esordio “F♯ A♯ ∞“ dei canadesi Godspeed You Black Emperor! e nel 2000, l’anno del magnifico “Kid A”, il loro “Lift Your Skinny Fists Like Antennas” incombeva sul mio lettore cd assieme a Catartica dei Marlene Kuntz, alle uscite della Ninja Tune, della Tzadik….etcetera. Li avevo ascoltati quei dischi e mi erano piaciuti, ma non li avevo comprati, c’è tempo mi dicevo, sono dischi mainstream, li ricomprerò più avanti. Forse ero solo un po’ snob, forse non mi avevano colpito più di tanto e alla fine quei dischi non li ho poi recuperati. Alla fine c’è voluto Paolo Angeli per “obbligarmi” a comprare il loro cofanetto di cd e ascoltarli con attenzione. Ed era proprio ora che lo facessi.

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I Radiohead sono stai una piacevole sorpresa. Un po’ come quei libri che si desidera di leggere per un bel po’ e poi quando alla fine quel momento arriva, tutto è ancora più bello di quello che immaginavi. Ho ascoltato i sette cd del cofanetto Album Box Set. Sette dischi spettacolari: Pablo Honey, the Bend, Ok Computer, Kid A, Amnesiac, I Might Be Wrong – Live Recordings e Hail To The Thief e sono giunto ad alcune conclusioni. I Radiohead sono stati l’ultima grande, art rock band del rock britannico. La risposta salutare al mix post-beatlesiano, cocainico, arrogante e sfacciato degli Oasis. Gli ultimi figli di una tradizione culturale che era nata nelle scuole d’arte britanniche e che, alla fine degli anni 90 li aveva visti diventare i templari del rock, uno dei gruppi più attentamente vivisezionato e analizzato dalla stampa specialistica. L’ultima grande band influenzata dai suoni della fine anni 70, inizi anni 80. Il nome stesso della band, Radiohead, ha un’origine “nobile”:è il titolo di un brano del 1979 dei Talking Heads, altra band di culto,newyorkesi emersi dalla no wave e dal palco del CBGB, famosi per i testi arguti e criptici e per l’energia nevrotica delle loro musiche.

Sono stati bravi, molto bravi. Nel 1997 con Ok Computer sono stati capaci di captare e di interpretare un’ondata di angoscia generazione con titoli come Karma Police, Paranoid Android e Climbing Up The Walls con testi che parlavano della nuova ondata informatica, di poliziotti antisommossa, oscuro gergo informatico, flussi di informazioni, politica scadente. Una delle cose che mi ha di più colpito ascoltando le loro musiche, i loro testi e leggendo le copertine e le note dei loro dischi è l’altissima attenzione nei confronti di ogni singolo specifico dettaglio. Tutto sembra reclamare un’interpretazione. Grafici. Diagrammi, Pennellate di colore. Parole sparse. Simboli. Segni. Parole sillabate in modo curioso. Tutto è narrazione articolata. Il punto è che i Radiohead sono stati capaci di apporre su ogni cosa, su ogni singolo suono, su ogni dettaglio la loro firma inconfondibile. Nel corso degli anni molti gruppi hanno gettato frammenti di classica e elettronica nel loro calderone. I Beatles furono di gran lunga i più brillanti in questa assimilazione di altri generi. Altre band di secondo livello hanno attinto a questi generi con lo scopo di “nobilitare” la loro forma pop col risultato che i loro crescendo orchestrali o i loro deliri jazzistici si sono trasformati nell’ennesima forma di kitsch a buon mercato. Ma non i Radiohead. Questa band ha saputo creare un marchio inconfondibile, tale da permettere loro di mantenere un altissimo livello professionale. Una delle loro caratteristiche distintive è l’uso che fanno dello spazio musicale. Riescono a saturarlo brillantemente muovendosi in continuazione. Anche negli apparenti momenti di stasi la loro musica si muove senza sosta, sondando il soffitto o sprofondando sotto al pavimento. Quando sembra ferma in realtà si sta ripiegando su stessa, avvolgendosi come una molla, pronta a schizzare in una direzione inaspettata. Prendete la quadrilogia Ok Computer/Kid A/Amnesiac/Hail To The Thief: è un’ipnotica miscela di riff rock, accordi jazz, tessiture classiche e rumori elettronici che esprime scarno equilibrio tra arte, avanguardia e pop raggiunto dalla band, dove l’interazione tra gli strumenti seduce la mente quanto qualunque sia stata creata nella musica classica di recente, ma che allo stesso tempo però fa anche venir voglia di muoversi e saltare.

Simon Reynolds ha analizzato i Radioheads in un brillante articolato su Wire nel luglio del 2001. Quel numero fece arrabbiare parecchi lettori affezionati della rivista britannica: il suo staff aveva osato mettere in copertina proprio una foto in bianco e nero di Tom York. Rob Young nel suo editoriale difese la scelta affermando che se inizialmente aveva sottostimato la band credendola l’ennesimo prodotto del Britpop allora imperante, si era poi dovuto ricredere di fronte all’impennata creativa del trio Ok Computer/kid A/Amnesiac. Un interessante riconoscimento da quella che è da sempre la più importante la più snob tra le riviste che trattano le musiche di confine. Reynolds traccia delle interessanti analogie tra il modo stratificato e casuale di operare dell’Eno delle Strategie Oblique e la tensione creativa e i modi erratici di lavorare della band nell’ambito della loro trilogia fondamentale. I riferimenti a Eno appaiono anche nel loro citazionismo. I Radioheads sono citazionisti. Le loro musiche rimandano sempre a qualcos’altro, i riferimenti sono tanto evidenti quanto accuratamente mascherati e rielaborati. Greenwood ama citare il suo amato Messiaen, ma i riferimenti al jazz, a Charles Mingus, a Alice Coltarene al Miles Davis elettrico sono evidenti sia in Kid A che in Amnesiac.

Non deve essere stato facile ottenere questi risultati e livelli creativi senza che le singole personalità della band entrassero in conflitto tra loro. Alex Ross sostiene che i cinque elementi del gruppo formino assieme una sola unica mente, quello che lui chiama “il Compositore dei Radiohead”. Una sorta di intelligenza collettiva che vive nella loro musica e che ruota attorno a un centro assente.

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Poi sono tornato ad ascoltare 22.22 Free Radiohead di Paolo Angeli e l’ascolto è stato sicuramente diverso da quello fatto mesi fa, col cd appena uscito,quando ancora non mi ero addentrato nelle musiche della band inglese. Questo nuovo ascolto mi ha posto una domanda: fino a quanto ci si può spingere nella rielaborazione di una musica per poterla poi definire un’interpretazione? Significa suonare delle cover? Non credo proprio. Le cover assomigliano a delle fotocopie sbiadite, che senso ha suonare delle musiche esattamente come nel disco di origine? Significa eseguire un tributo? Anche. Se uno decide di interpretare delle musiche, implicitamente, fa un tributo al suo autore.

Riascoltando 22.22 Free Radiohead ho pensato agli standard del Jazz, al modo creativo con cui i jazzisti si approcciano alle canzoni popolari americane e li cambiano in un qualcosa di completamente nuovo, a volte, come nel caso di Derek Bailey, lasciandogli solo lo scheletro o una vaga forma esterna e rivoluzionando tutto il contesto. Ma qui credo che a essere diverso sia proprio il contesto. Il disco di Paolo non è l’insieme di una serie di cover, non è un gioco di standard, è un insieme ben coordinato di 22 brani che alludono, riflettono, ricreano i Radiohead stessi che emergono dopo essere stati filtrati dall’essere musicale che è Paolo Angeli.

In un certo senso Angeli non suona i Radiohead, ma riprende la loro narrazione e la continua, la vivifica. Riprende la quadrilogia Ok Computer/Kid A/Amnesiac/Hail To The Thief e la porta avanti proiettandola in un momento storico e in un contesto ben diversi. Se I Radiohead erano stati abili a capire, a interpretare e a mettere in scena un sottile momento di angoscia esistenziale generazionale, Angeli riprende le loro musiche liberandoci da questa angoscia mostrandoci nuove possibilità sotto una luce mediterranea. Penso che questa nuova capacità narrativa sia una delle possibili chiavi di lettura di questo disco e il grosso salto in avanti fatto da Paolo. I Radiohead hanno un nuovo narratore. Lunga vita ai Radiohead.

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