Alcune riflessioni su Set7 di Maurizio Pisati, Kairos, 2018 su #neuguitars #blog

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https://www.kairos-music.com/cds/0015052kai

http://www.mauriziopisati.com/

https://www.rubenmattiasantorsa.com/

La musica di Maurizo Pisati ha un sostanziale difetto: non viene sufficientemente registrata e fissata su disco. Un difetto comune a molti altri bravi compositori contemporanei, ma che nel caso di Pisati si traduce in una sorta di “ritardo nel segnale” nell’ambito della sua evoluzione stilistica. Questo “Set7”, uscito alla fine del 2018, ne è un ottimo esempio: rappresenta un punto nella mappa compositiva di Pisati, una rapido sunto delle sue caratteristiche compositive e allo stesso tempo l’esaltazione di di uno dei suoi maggiori successi: i Sette Studi per chitarra classica, che vengono qui finalmente esposti nella loro prima registrazione integrale.

Sì è vero. Esistono altre edizioni, ad esempio il raffinato doppio cd split con Franco Cerri “Franco Cerri – Elena Casoli: la chitarra tra il jazz e il ‘900 eurocolto” (http://limenmusic.info/wordpress/?page_id=3284), dove venivano eseguiti dalla Casoli lo Studio nro 2 e nro 5, ma mancava una raccolta completa.

L’aspetto interessante di questo cd è il “contorno”, l’“ambiente” che Maurizio Pisati ha voluto creare attorno ai Sette Studi, ovvero sette altre composizioni ad esse direttamente collegate e ispirate che prevedono l’interazione della chitarra classica con un altro strumento. Senza scomodare Deridda e la sua idea di “deriva” Un’idea decisamente interessante che parte dalla presenza di un materiale compositivo esistente, consolidato e testato, che forma la base creativa per una sua sia possibile evoluzione che derivazione. I Sette Studi in questo modo subiscono una sorta di “sdopppiamento” identitario, da una parte il “modulo” di partenza, dall’altra un punto di arrivo e di variazione in cui la chitarra non è più sola ma interagisce direttamente con un altro strumento: un paetzold recorder, percussioni, il clarinetto basso, il saxofono tenore, la voce, il contrabbasso e la viola. Forse questo modo di lavorare può richiamare alla memoria metodologie estetiche post-moderniste, e la cosa non suonerebbe così strana. Perché se è vero che i Sette Studi sono, oltre che musica, un insieme complesso di tropi, segni e percorsi metalinguistici allora da essi si possono generare, affiancare Sette Duo, un’altra generazione di percorsi, in grado di operare in maniera autonoma alla ricerca di nuove possibili interazioni tra strumenti diversi, timbri diversi.

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Deus ex machina di tutto questo complesso progetto è il chitarrista italiano Ruben Mattia Santorsa, alle prese con la sua opera prima. Un esordio davvero brillante che dimostra già una elevata maturità artistica, Santorsa non è solo ma nel disco è accompagnato dalle presenze di altri musicisti: Marie Delprat, João Carlos Pacheco, Hugo Queirós, Kevin Juillerat, Céline Wasmer, Lino Mendoza, Anne-Laure Dottrens. Tutti musicisti formatesi nell’ambito della Hochschule di Berna che nel corso degli anni sembra sempre più affermarsi come una vera fucina di talenti nell’ambito di tutto ciò che è contemporaneo e sperimentale. Disco perfetto quindi? Non esattamente, per la definitiva quadratura del cerchio mancherebbe “Elettrico” per chitarra elettrica, presentato e eseguito alla Biennale di Venezia del 2009 da Elena Casoli. Ma nessuno è perfetto.

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