Le copertine dei 45 giri di chitarra classica su #neuguitars #blog

I 45 giri sono un formato iconico nella musica popolare. Per generazioni hanno ispirato folli di teenager propagando il suono del rockabilly, del rock e della musica pop in ogni dove trasformandosi poi in oggetti di collezione. Ma. Ma non è del tutto vero: c’è stato un tempo in cui anche la musica classica finiva sui 45 giri e la chitarra classica non ha fatto certo eccezione, anzi. Se fate una ricerca su discogs.com scoprirete che il grande padre della chitarra classica Andrés Segovia ha realizzato almeno una quarantina di 45 giri e che la sua produzione è continuata fino a quasi gli anni ’70. Poca cosa in confronto alle centinaia di edizioni dei baronetti britannici The Beatles, ma comunque una produzione degna di rispetto. E Segovia non è stato l’unico. Anche John Williams, Julian Bream e Narciso Yepes hanno visto le loro musiche “fissate” su questo supporti. Quello di cui vorrei parlarvi tuttavia, non sono tanto le musiche da loro registrate quanto le copertine dei loro dischi. Le copertine infatti hanno da sempre rappresentato uno dei motivi di successo nella diffusione commerciale e nelle vendite di un disco, arrivando a diventare uno dei motivi estetici alla base del collezionismo di questi supporti e della sopravvivenza del disco di vinile nei confronti del download digitale. Le copertine sono belle, affascinanti, colorate e attirano i fan. Rispetto a quelle dei 33 giri, di cui vi parlerò in un’altra occasione, quelle dei 45 giri sono molto più minimali non solo per dimensione ma anche per le informazioni in esse raccolte. Le copertine nascono, sia nel mondo della musica popolare che in quello del jazz e della classica con una funzione molto semplice: difendere il prezioso contenuto vinilico da graffi, polvere e altre aggressioni esterne.

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All’inizio erano delle semplici buste bianche la cui forma corrispondeva esattamente alla funzione. Una situazione che non sarebbe continuata a lungo: i dischi sono tutti uguali, rotondi e neri, difficili da distinguere uno dall’altro soltanto grazie alla piccola etichetta rotonda piazzata al loro centro. Le copertine rappresentavano l’elemento distintivo con cui attirare l’attenzione del consumatore. Come i manifesti anche le copertine dei dischi non sarebbero potuto esistere senza le condizioni storiche specifiche del capitalismo. Le loro funzioni specifiche primarie sono infatti: illustrare il prodotto, rivolgersi al pubblico e incoraggiare una proporzione sempre più grande della popolazione a spendere i propri soldi in un genere di consumo immediato, in divertimento e nell’arte. Ancora oggi, ora che le stesse copertine hanno perso questa funzione a favore delle più immateriali forme di download e di streaming musicale, si è ancora dubbiosi su definirle come un fenomeno artistico. Due dei fattori di resistenza alla copertina come forma d’arte sono sia la sua “impura” origine commerciale sia il suo dipendere dal processo di duplicazione industriale. Eppure ritengo che questi due fattori di resistenza siano due delle caratteristiche che fanno le copertine dei dischi una forma d’arte distintamente moderna. La pittura e la scultura, le forme tradizionali dell’arte visiva, ebbero il loro significato e la loro aura profondamente modificati con l’avvento dell’epoca della riproduzione meccanica (per usare le espressioni coniate da Walter Benjamin). Ma le copertine (come prima di loro la fotografia, il cinema e i manifesti) non portano con sé alcuna storia del mondo premoderno: potevano solo esistere nell’era della riproduzione meccanica, come il loro contenuto, il disco. Diversamente dal quadro, la copertina di un disco non è mai stata concepita come un oggetto unico, quindi la sua riproduzione in serie non produce un oggetto esteticamente inferiore all’originale o ne sminuisce il suo valore sociale, simbolico e culturale.

Certo, la copertina di un disco non ha mai conquistato il rango di forma d’arte maggiore. La creazione delle copertine viene di solito definita “arte applicata” e questo per diversi motivi. Perché si ritiene che che una copertina miri a trasmettere il pregio di un prodotto o di un’idea, in contrasto con un dipinto, uno scultura o una composizione musicale il cui scopo è la libera espressione dell’individualità di un artista. Da questo punto di vista il disegnatore, il grafico che realizza una copertina, cioè qualcuno con abilità artistiche che dietro ricompensa presta a un venditore, appartiene a una razza diversa dal vero artista che produce oggetti con un valore intrinseco e qualificante in sè. E’ un’arte applicata alla causa del comunicare, la quale potrà essere dettata dalle esigenze del servizio, messaggio o tipologia di prodotto di cui ha temporaneamente acconsentito ad essere la cassa di risonanza. Ma questa definizione può apparire semplicistica e ambigua. Solo a partire dall’inizio dell’Ottocento si è generalmente ritenuto l’artista come uno che lavora per esprimere se stesso e per amore dell’arte. Le copertine possono essere considerate come arte applicata perché applicano quanto è già stato fatto nelle altre arti. Dal punto di vista estetico le copertine dei dischi hanno spesso e operato del parassitismo di arti come la pittura, la scultura, l’architettura, fotografia e il cinema e la discografia classica non fa certo eccezioni.

Prendiamo ad esempio questi quattro 45 giri prodotti per Segovia. Indipendentemente dalla casa discografica di riferimento, Columbia, Decca, Deutsche Grammophon, il contesto della copertina non cambia: il riferimento è sempre un’immagine dell’interprete il cui nome viene sempre messo in primissimo piano rispetto a quelli dei brani e di quelli dei compositori che interpreta. Segovia vende se stesso in queste copertine dove viene sempre rappresentato con la sua chitarra in un’ottica che richiama i manifesti per i suoi concerti e che ribadiscono il suo carisma e la sua aura artistica proponendolo come stimolo di richiamo immediato e identificativo per ogni possibile acquirente.

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Anche in questa copertina in giallo della CID EUA nonostante una grafica un po’ più modernista il ritratto del suo viso è presente in alto a destra, solenne e severo, mentre alla chitarra è concessa una forma un po’ più stilizzata.

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L’aspetto stilisticamente parassitario delle copertine è un’ultima possibile conferma della copertina come forma d’arte minore. Una buona copertina non è da considerarsi come strumento di pura informazione ma si mantiene sempre in un ambito di ambiguità. Prendiamo ad esempio questo “Guitar Music of Spain and South America” del 1959 con questo disegno che quasi ricorda una piastrella, con i suoi motivi geometrici ed essenziali. Lo scopo della copertina è il suo messaggio di richiamo pubblicitario e di slogan, ma la sua efficacia gli viene riconosciuta quando, nel trasmettere quel messaggio, trascende la sua utilità.

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Prendiamo questa copertina di “Recuerdos de la Alhambra” di Narciso Yepes, edizione in 33 giri su formato 45, del 1961 dove non troviamo traccia del musicista ma invece una foto a colori di una chitarra, un fiore rosso e uno spartito, con allusioni dirette alla Spagna e al suo “contorno” popolare.

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Mentre rimanda direttamente al cinema, e non potrebbe essere diversamente, il fotogramma in bianco e nero nella copertina di “La Fille Aux Yeux D’or Bande Originale Du Film De Jean-Gabriel Albicocco” del 1962, diretto cortocircuito con le colonne sonore realizzate dallo stesso Yepes.

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Anche questo 45 giri di Peter Pears e un giovane Juliam Bream del 1962, che farebbe la felicità di tanti appassionati di liuto, rimanda direttamente al cinema e alla sua cartellonistica pubblicitaria con questa bella immagine in bianco e nero impaginata in modo decisamente migliore dei 45 giri della Deutsche Grammophon.

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Andiamo invece verso una grafica con contenuti più innovativi ma sempre cinematografici con questo “Cavatina – Tema De La Película “El Cazador” – Oscar 1979” di Ernesto Bitetti, con questa chitarra in bianco e nero che si trasforma nella minacciosa canna di un’arma da fuoco.

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E se una copertina comunque deve sostenere una certa teatralità per mantenere i suoi compiti commerciali e farsi notare che dire della mano sinistra di Paco De Lucia che campeggia su questo suo “Interpreta A Manuel De Falla” del 1978? Se Segovia veniva rappresentato per intero o quasi in fotografie e disegni che ricordavano la ritrattistica dell’Ottocento, qui del musicista abbiamo soltanto l’immagine della sua mano sinistra intenta a suonare in una posizione aperta. Paco De Lucia e la musica di Manuel De Falla diventano la sua stessa mano, ed è forse questa la copertina più bella e piena di significati.

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