Intervista con Virginia Arancio (Luglio 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista con Virginia Arancio (Luglio 2018)

Cara Virginia benvenuta nel blog Neuguitars: la prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato?

Grazie, Andrea. Il mio interesse per la chitarra è stato legato da subito alla mia passione per il canto: avevo 12 anni, ascoltavo molto i cantautori italiani e americani e volevo imparare ad accompagnarmi alla chitarra. Ho iniziato con la chitarra acustica con Alessandro Balladore, chitarrista blues/jazz/rock formidabile, al centro di aggregazione di Tortona poi, dopo un anno di pausa, ho incontrato Pierangelo Fornaro, chitarrista classico e compositore ora affermato e molto attivo soprattutto nel campo della musica applicata alle immagini, in film e serie di successo (Bottega del suono). Allora nella scuola civica non esisteva ancora il corso di chitarra « moderna », quindi per prima cosa dovetti sostituire le corde di metallo alla mia chitarra folk, per poi acquistarne una classica. Pochi mesi dopo, Pierangelo mi presentò a Guido Margaria, allora insegnante al Conservatorio di Alessandria, col quale proseguii gli studi già dal semestre successivo, diventando il mio maestro, con cui mi sono diplomata. Questi sono stati i primi passi, che mi hanno portato a seguire questa strada. Guido Margaria collabora da moltissimi anni con il liutaio Mario Grimaldi, col quale ho la fortuna di avere mantenuto un buon contatto nel corso degli anni. Ho tre chitarre da concerto sue. Come elettrica suono una slim body Ibanez con pick-up Seymour Duncan e poi una Ibanez semiacustica. Questi sono gli strumenti che suono con piu’ frequenza.

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Come è nato il tuo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale ti si riconosci maggiormente?

Ho incontrato la musica contemporanea in un momento in cui cercavo una dimensione in cui potessero convergere, realizzarsi e trovare forma aspetti diversi della mia persona, della mia formazione e delle mia capacità. Il mio interesse all’arte non si limitava né alla musica, né – in particolare – alla musica classica, né – ancora piu’ in particolare – alla musica classica per chitarra. Con la contemporanea mi sono trovata a suonare in formazioni nuove, al pari degli altri strumenti ed a collaborare con artisti attivi in aree diverse.

Per molti anni, durante gli studi in Italia, ho cantato nel coro da camera del Conservatorio Vivaldi, sotto la guida di Marco Berrini e con lui ho imparato tantissimo: il suo gesto ha formato generazioni di musicisti ad Alessandria. Questa esperienza è stata fondamentale quando ho iniziato a suonare in ensemble: il mio “battesimo” è stato “Le Marteau sans Maître” di Pierre Boulez, sotto la direzione di Marco Angius, un altro maestro per me. Negli anni ho suonato tutti i pezzi di Boulez con chitarra in ensemble, ho avuto la fortuna enorme di suonare sotto la sua stessa direzione (“Pli selon Pli” e “Éclat-Multiples”). Grazie a direttori così carismatici, ho ritrovato quel piacere della tensione creativa del gesto e quella concentrazione – tra direttore ed ensemble – di cui avevo fatto le prime esperienze ad Alessandria.

Un altro aspetto che mi affascina è la necessità di imparare una nuova lingua ad ogni pezzo, con ogni compositore. Capire l’idea, decifrare i segni, farla nascere e darle vita a volte per la prima volta in assoluto, lavorare a fianco del compositore. Infine per me è molto importante rimanere aperta ad ambiti diversi, non mettere etichette e non segnare confini tra ciò che sono e ciò che non sono, in ambito musicale. Ho imparato negli anni che io sono molte cose diverse: questo mi ha arricchito in profondità, anche umanamente. Mi porta a confrontarmi con persone estremamente diverse: alcune più portate alle categorie e a porre l’accento su criteri come “diversità” e “valore”, altre più “fluide” e aperte. Tutto arricchisce, con l’esperienza.

Come ti sei approcciata alla musica di Romitelli? Qual è la tua idea su Trash TV Trance?

Il primo incontro da interprete con la musica di Fausto Romitelli è stato con un suo pezzo giovanile, “Simmetria d’Oggetti”, per chitarra classica e flauto dolce, che ho suonato con la flautista tedesca Teresa Hackel. Ci diede la parte la nostra insegnante di interpretazione della musica contemporanea di allora. Lei stessa non aveva suonato il pezzo, la partitura – se ben ricordo – era sprovvista di legenda e non c’era modo di ascoltare una registrazione. Quindi l’approccio fu quello di immergersi nel testo musicale e decodificare il pezzo un segno alla volta, con molta dedizione e accuratezza. Lo stesso approccio fedele e meticoloso continuò nelle prove in duo: guardo con affetto e invidia al lusso “studentesco” di tutte quelle ore a disposizione, trascorse insieme per affinare ogni incastro e sonorità, battuta per battuta, condividendo con Teresa dedizione, piacere e fiducia. Nonostante la complessità della scrittura, la combinazione di tecniche e la gestualità richiesta, il risultato svelava una leggerezza intrinseca, pur nell’intrico delle combinazioni: come un gioco di sfumature sonore delicato ma solido, variegato, fluttuante e organico, quasi il respiro di un essere, più affannoso di battuta in battuta.

Per quanto riguarda Trash TV Trance, ho cercato di avere lo stesso approccio, sebbene il pezzo sia molto più conosciuto e ne abbia ascoltate negli anni tantissime versioni. Sono ripartita dal testo, dai segni, dalla legenda, dai riferimenti esterni ai quali il compositore si è ispirato, cercando di approcciarlo libera da ascolti pregressi. Ho cercato poi di avvicinarmi il più possibile al testo, in quello spazio disegnato dall’idea scritta: ho cercato il mio suono, la mia interpretazione, la mia libertà interpretativa e creativa, nel rispetto del segno.

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Oltre a Trash TV Trance quali sono i brani direttamente eseguiti da te nel cd?

Oltre a Trash Tv Trance ho suonato “Simmetria d’Oggetti” per flauto dolce e chitarra classica, con Teresa Hackel e “La Lune et les Eaux” per due chitarre classiche, con Elena Casoli: è stato senz’altro un enorme risultato, riconoscimento e onore per il mio lavoro essere invitata da una musicista come Elena ad avere così ampio spazio in questo progetto, sia nei duo, sia poi in un caposaldo del repertorio solistico per chitarra elettrica, come Trash Tv Trance.

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Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale?

Vedo l’improvvisazione come un’altra dimensione – rispetto all’interpretazione o ad altre forme d’arte – della creatività. Tra gli incontri che mi hanno segnata di più – in positivo – uno è stato il mio insegnante di storia dell’arte al liceo, Dante Angeleri, pittore e scultore tortonese, affermato in Italia e all’Estero. Lui ci aveva spiegato e trasmesso il valore artistico dello schizzo: la forza, l’energia e l’unicità racchiuse nel gesto di un attimo, di chiunque.

A questo penso quando mi approccio all’improvvisazione, cerco quella estemporaneità e quella presenza totale, che credo sia la strada per attingere in sé stessi in profondità e creare in modo sincero. Non mi dedico regolarmente all’improvvisazione, ma cerco quella presenza e quella sensazione di “creare nel momento presente” ogni volta che suono. Ho molto rispetto per i musicisti che si dedicano per anni all’improvvisazione riuscendo a rimanere fedeli a questa idea di estemporaneità e ricerca, in modo spontaneo.

Qual è il ruolo dell’errore nella tua visione musicale?

Da esecutore, vedo l’errore come l’occasione di conoscersi meglio. Spesso l’esecuzione è una cartina di tornasole per qualcosa di molto più complesso che nel momento dell’esecuzione non solo si mostra senza filtri, ma anche si espone ad un margine di rischio e di imprevisto. L’errore può essere un momento – pur non desiderato – utile ad esempio per osservare se stessi nell’attimo della “reazione” all’errore stesso oppure per imparare a reagire meglio, per migliorare la preparazione.

Quando siedo tra il pubblico, non vivo l’errore del musicista o dell’artista con fastidio; spesso l’equilibrio tra slancio, intensità e apertura al rischio diventa una forma instabile e rispetto molto chi osa rischiare e – non di meno – chi è capace di accettare la propria capacità di potere sbagliare senza il bisogno di nasconderla, sia nella vita che in scena. Trovo molto meno interessante e anche dannoso chi nasconde la propria umanità dietro una facciata di successo e apparenze salve.

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E qual è secondo te la funzione di un momento di crisi? Te lo chiedo visti i tempi in cui viviamo…

Il momento di crisi è un momento di rottura, anche di sofferenza.

E la sofferenza porta a vedere le cose più da vicino, a guardare l’essenza, lascia cadere molti filtri. Questo è positivo. La crisi smuove la coscienza, spinge al confronto con la realtà delle cose, quella concreta che soggiace all’immagine che di volta in volta ci costruiamo e nutriamo con la nostra esperienza o con le nostre esigenze.

Non vedo la crisi in sé come una forza negativa: un bisogno represso troppo a lungo, tendenze nuove, nuove urgenze, sono tutti elementi che non possono restare inascoltati per sempre.

Nella crisi potenzialmente c’è una grande energia, in nuce anche costruttiva. Si carica però dell’incertezza del cambiamento e della paura nel vedere cedere un sistema al quale si era abituati, nel bene o nel male.

Ci consigli cinque dischi per te  indispensabili, da avere sempre con sè

.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta…..

Il primo è il secondo movimento del Concerto in Sol Maggiore di Maurice Ravel, nella registrazione di Martha Argerich con i Berliner, diretta da Claudio Abbado. Rimane legato indelebilmente a me da anni.

The Living Road” di Lhasa de Sela.

Da qui è difficile.

Non potrei partire senza cantautori americani. Cantautori italiani. Musica elettronica. Cristina Donà. Senza Bjork o i Radiohead. Senza i Pink Floyd. Qualcosa dei Beatles e poi Springsteen. Dello Ska e del Reggae. Cohen, Dylan, Baez..del Grunge ed Etta James. E poi la Ciaccona, Jordi Savall, Villa Lobos….é una giungla, come si fa? No, questa domanda è troppo difficile. Forse affiderei la scelta al caso. E nel frattempo preparo qualche raccolta…

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Gli ultimi mesi sono stati ricchi di collaborazioni su più fronti ed hanno seminato tracce che aspettano il momento e lo spazio giusto per germogliare.

Ho diverse cose in mente ed in cantiere..alcune più concrete, altre decisamente nuove, di cui aspetto a parlare. Sicuro è che sto lavorando al mio progetto “Collision” con l’artista visivo Marco de Mutiis e Teresa Hackel. Collision è una creazione della quale vado decisamente fiera, nata dal legame tra filosofia induista e fisica delle particelle, musica sperimentale, Arti visive e materiali del CERN. Sono riuscita a far convergere energie da ambiti lontani che mi stanno a cuore e – grazie all’incontro di persone appassionate in questi settori – a realizzare un progetto nuovo, che è riuscito a portare un programma sperimentale in luoghi nuovi ed a raggiungere anche un pubblico eterogeneo e non specializzato in contemporanea.

Questo accadrà di nuovo a inizio Marzo. Subito dopo lascerò le chitarre classiche e i video per proseguire la tournée “Encuentro” col mio gruppo “Deseo de Tango” (www.deseodetango.net), con un repertorio che abbraccia Astor Piazzolla, autori argentini contemporanei e commissioni nostre, tra cui la stupenda “Hora Azul” di Roman Glaser.

Giuro che è l’ultima domanda…C’è una frase di Cioran che mi ha sempre affascinato “Nella vita tutto è desiderio o assenza di desiderio”, ho sempre pensato che gli artisti si occupino del desiderio e che sia questa loro fervida aspirazione ad innalzare il loro lavoro al rango di opera d’arte. Ti riconosci in questa frase?

Senz’altro sarebbe interessante approfondire il pensiero di Cioran che lo ha portato a formulare quella frase. Letta così, estrapolata dal contesto, non mi viene da sentirla mia. Il desiderio è fondamentale, ma nella vita vedo molto di più.

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