The Edge, Captive e la sua mancata carriera solista su #neuguitars #blog

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David Howell Evans. In arte, e per tutti, semplicemente The Edge. No, non parliamo degli U2. Non ne varrebbe la pena. Hanno fatto il loro tempo ed è giusto che sia così, continuano a regalarci canzoni, decisamente banali, fotocopie scialbe di un periodo creativo eccezionale, ma glielo concedo in virtù proprio di quel periodo che ha segnato in maniera così indelebile la storia della popular music e dell’affetto che come fan non posso non tributargli. Gli U2 sono invecchiati, The Edge è invecchiato meglio di loro. Parliamo di The Edge e di questo suo disco, la colonna sonora del film The Captive, fatta nel lontano 1986 e, al momento, l’unica attività solistica del buon David.

Perché parlare di un chitarrista rock e pop? Perché The Edge è stato un rivoluzionario della sua epoca ed è riuscito a creare un modo e un approccio totalmente personali allo strumento che ha cambiato e influenzato il modo di suonare la chitarra di molti artisti moderni nel genere pop e non solo. Impeccabile, sublime e maniacale perfezionista è riuscito calibrando al millisecondo ogni suo suono, controllando un numero esponenziale di effetti e settaggi, adoperando un gran numero di chitarre differenti (si stima che possieda un numero compreso tra i 50 e 60 modelli di chitarre) a creare un suono personale, riconoscibile e ricco di sfumature che ha sancito un nuovo modo di suonare la chitarra in ambito rock. Quali sono le caratteristiche del suono di The Edge per le quali lo possiamo considerare un innovatore?

Primo. David è stato uno dei pochi chitarristi rock, tutti facenti parte del genere post-punk, che è stato in grado di continuare e prolungare la storia del rock suonando una chitarra elettrica senza alcun accento blues. Questa è stata la prima grande innovazione stilistica: saper uscire da una tradizione già riccamente consolidata di chitarristi che ponevano le loro radici stilistiche in un altro genere già ben definito esteticamente e portare il rock a un nuovo livello estetico.

Secondo. The Edge è stato uno dei pochi chitarristi in un genere muscolare, epico e macho come il rock che non ha suonato assoli. Non è una cosa da poco conto. Togliere l’assolo di chitarra rock significa radicalmente ridefinire non solo la struttura della classica rock song, ma rivedere completamente il ruolo carismatico sul palco, un ruolo in precedenza ben definito e consolidato da almeno tre generazioni di artisti e fan.

Terzo. Tramite un sapiente abuso della tecnologia, The Edge ha saputo costruirsi un suono personale, basato sulla riproduzione minima e minimale di poche note, ripetute in un ciclo di loop infiniti sovrapposti con una precisione talmente millimetrica da chiedersi se non abbia preso lezioni di contrappunto da Steve Reich.

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Queste tre decisioni estetiche hanno dato luogo a una forma musicale dove il chitarrista da leader carismatico in competizione perenne con il cantante si muove al servizio della band, dove il suo ruolo di prima donna viene ridimensionato, dove non deve più creare una combinazione di accordi e power chords e infilare assoli virtuosistici, ma lavorare a livello di texture, creando atmosfere che difficilmente possono essere replicate dal fan con la chitarra acustica nel classico raduno di spiaggia con gli amici. Soluzioni che abbiamo amato in tanti brani degli U2, ma che abbiamo avuto poco modo di apprezzare direttamente da The Edge stesso. La possibilità di ascoltare la sua produzione solista, lontana dalla influenza diretta degli altri componenti della sua band, si riduce unicamente a questo disco “Captive”, un lavoro un po’ datato e frutto della collaborazione con un altro chitarrista noto in ambito sperimentale per la sua “Infinite Guitar”, Michael Brook.

Un’unica uscita come solista e per una colonna sonora, non credo che si sia trattato di una scelta casuale. Libero dalle infrastrutture rock e pop degli U2 e, siamo nel 1986, forse con la memoria ancora fresca dei ricordi delle produzioni Brian Eno, The Edge da vita a delle musiche ambientali con finalità cinematiche. Più che al suo fido marchio di fabbrica, il delay, qui si affida a delle texture atmosferiche di grande effetto, ascoltando il disco ci si chiede se questo sia davvero il The Edge di Rattle and Hum e di The Joshua Tree. Questo è il disco del The Edge di The Unforgettible Fire, di A Sort Of Homecoming, di Promenade, di MLK e di Indian Summer Sky aperti, rallentati, dilatati in un delay, quello sempre , aperto al massimo.

Captive è un disco del rimpianto. Il rimpianto che tutto sia finito qui, che The Edge non abbia voluto continuare, che si sia voluto fermare alla sua produzione U2, che non abbia saputo o voluto o potuto regalarci ancora qualcosa di così personale e attento. Con le sue potenzialità, con il suo talento questo architetto del suono avrebbe saputo regalarci molte altre emozioni. Captive rimane una voce isolata, un disco relegato nell’angolo dei ricordi di qualche fan, una potenzialità inespressa, una linea spezzata. Peccato.

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