La macchina inconscia e la chitarra semiotica di Wendy Eisenberg su #neuguitars #blog

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https://www.wendyeisenberg.com/

http://www.tzadik.com/index.php?catalog=4027

Ho conosciuto Wendy eisenberg tramite una delle combinazioni causalmente fortuite che avvengono in internet: un video dello youtuber Don Mount, un appassionato che con pazienza quasi feticistica ha costruito un impressionante archivio di video di concerti tenuti dai personaggi che affollano la scena underground newyorkese. Don Mount è una figura cruciale nello “scenius” artistico/musicale che lo circonda. E’ un documentarista e allo stesso tempo un evangelista, una di quelle rare persone che, per pura passione, si mettono al servizio degli altri diffondendo, come in un contagio positivo, schegge e frammenti sonori di istantanea bellezza. Tra questi la chitarra di Wendy Eisenberg. Passare tra vederla suonare in solo su un palco newyorkese e decidere l’acquisto del suo ultimo cd, “The Machine Unconnscious”, pubblicato nel 2018 su Tzadik è stato un attimo.


Music with a dialectical form will always sound like sonata form to
me. Subject or thesis is analogous to exposition, contradiction or antithesis
as development, and summation as recapitulation, This kind of organization
can be heard anywhere, from fugues to spectral music, resonating that clas-
sically good organization of material tends to mean that material will be
placed next to other material by some kind of relational or sequential
system. It’s a kind of tautology: music that is organized is welI-organized
musical material. Alternatively, good music that is organized is organized
by a good system that is directly related to the musical material at hand.
The very definition of music as organized sounds in space on a chronolog-
ical timeline, however obscured that timeline may sound, establishes that
those sounds folIow in a sequence. This might be why my favorite music
challenges the dialectical forms. Such music suggests that the way we place
sounds in time-given forms does not have to be concerned with certain
organizationallineages. Post Cage, we can “let sounds be themselves.” We
can also “let sounds meet other contexts.” We can also “let contexts be
themselves,” and “let contexts meet other contexts.””

Wendy Eisenberg, “The Reaches Of Musical Space, Arcana VIII, Hips Road, 2017, pag.78


In questo disco la Eisenberg suona con Ches Smith e Trevor Dunn. Sono un trio, ma la loro combinazione è molto destrutturata, il loro interplay assomiglia molto di più a un call & response teatrale dove la voce narrante principale, la protagonista, è la chitarra elettrica di Wendy. Eisenberg esprime un suono distorto e tagliente, talmente cinetico da far sembrare i fuzz di St. Vincent una faccenda per collegiali ben educate. A un ascolto più attento, però, si raccolgono tutta una serie di sfumature e di dettagli che permettono di definire questo suono come una raccolta policroma, un mosaico frammentato di citazioni implicite, un continuo rimando semantico altre forme e stili. In un flusso musicale continuo la Eisenberg unisce, incolla e cuce con il suo strumento una ricca, quasi opulenta, stirpe di suoni e di stili polverizzandoli all’interno della propria rilettura improvvisativa. Ascoltando questo disco ho avuto la netta percezione di trovarmi costantemente sollecitato da un continuo gioco di rimandi. Una continua sollecitazione che genera una sensazione quasi euforica di un déjà-vu sonoro amplificato.


Recordings themselves crystallize time. When the music is recorded
is as important as the space where it was recorded. These temporal parame-
ters are as important as the space where it was recorded, deciding whether it
will “last.” Since music is always record ed in a certain historical moment,
music can and should be understood to be in some dialogue with its prede-
cessors and contemporaries. The materials have an actually tangible effect on
the nature of the work. I am reminded here of an incredible compilation
called Music from Saharan Cell Phones. Music fans in West Africa use their
cell-phones to share their own songs, so the pieces on the compilation are
some of the most popular on this underground circuito Their tinny sound
makes the phone as much a part of the song as the musical materials them-
selves. In this way, as it so often is, the medium becomes the message.”

Wendy Eisenberg, “The Reaches Of Musical Space, Arcana VIII, Hips Road, 2017, pag.80


Lei è bravissima. Sono tutti bravissimi. Perché Dunn e Smith lavorano ai fianchi con un interplay e un senso del tempo e dell’accadere ultra precisi. Perchè Dunn, inerbando il suono distorto della Eisenberg con il suo basso elettrico, pompa fertilizzanti sonori nel tappeto di sottofondo, aggiungendo la giusta pesantezza. Perchè Smith costruisce un contorno di quinte teatrali con i suoi ritmi e la sua energia cinematica, mettendo ancora di più in risalto il suono nervoso della Eisenberg. Più che di un disco parlerei di una vera e propria coreografia musicale, attentamente curata e maniacalmente preparata con quel gusto Zen del senso dell’attimo che trasforma una semplice jam in un qualcosa di molto più significativo a livello semantico e estetico. Tutto sembra semplice, spontaneo, come un colpo di pennello su una tela. Espressione finale di una gestualità musicale frutto di un lavoro incessante e continuo che viene però nascosto dal risultato finale. Un complesso meccanismo vittoriano nascosto da un gioco di specchi.

Grazie ancora, Don.

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