La chitarra di Carlos Alomar, Dream Generator su #neuguitars #blog

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Esistono musicisti che, per tutta la loro vita, sembrano operare nell’ombra. Talentuosi. Preparati. Determinati. Mai in vista. Mai nel ruolo di leader. I gregari perfetti. Carlo Alomar è una di queste persone preziose. Il suo nome è strettamente associato a quello di David Bowie per il quale ha lungo e sempre in maniera proficua lavorato, svolgendo non solo il ruolo di chitarrista ritmico, ma anche quello di produttore, organizzatore e polistrumentista. L’uomo giusto al posto giusto, in studio come sul palco, che avrebbe potuto tranquillamente aspirare ad un ruolo più in vista, da solista o come band leader,ma che per diversi motivi, ha sempre preferito operare lontano dai riflettori, lontano dagli apprezzamenti del pubblico, ma sempre stimato dai colleghi.

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Non mi credete? Guardate Alomar mentre “introduce” il Duca Bianco nel corso del suo Spider Glass Tour, uno dei fiaschi finanziari di Bowie, un fiasco incredibile per un concerto così teatrale e innovativo.

Alomar sa reggere la scena benissimo e non si pone in soggezione rispetto al solista Peter Frampton. Una carriera perfetta, da grande musicista, iniziata a 16 anni e ancora in corso e…un solo disco da solista.

Questo “Dream Generator”, uscito nel 1987. Un lavoro curioso, interessante, che ha parzialmente retto alla prova del tempo. Qui Alomar suona praticamente tutto, dimostrando di saper tranquillamente abusare di ogni possibile tecnologia disponibile all’epoca.

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I suoni che escono dalle chitarre e dai MIDI di Alomar assomigliano alla cromatica copertina del disco: sono un tripudio di tastiere e di colori che riflettono in modo seminale quell’epoca, come lo erano le pettinature cotonate e le giacche dalle spalle esagerate. Non è fusion. Non ci sono influenze jazz. “Dream Generator” appartiene a una categoria che oggi, solo a pensarla, sarebbe impossibile da concepire: quella del pop sperimentale. “Dream Generator” è musica pop di lusso, elaborata, studiata con un approccio innovativo.

Allo stesso tempo è una sorta di biglietto da visita per Alomar, una dimostrazione delle sue capacità nello studio di registrazione e delle sue abilità come produttore. L’assieme dei brani non è molto eterogeneo. Assomigliano più a un mosaico frammentato, come se ogni singolo brano fosse stato pensato e elaborato in momenti diversi, nei ritagli di tempo, nelle pause tra una produzione e l’altra, tra un tour e l’altro e poi finalmente assemblato e realizzato.

Paradossalmente, proprio la sua caratteristica peculiare, quel suono pomposo, ottimista e squillante dei MIDI anni 80′ è anche il suo limite principale. Oggi quei suoni risultano datati e un po’ ingenui, figli di una smodata fiducia nelle tecnologie a servizio di una sub cultura pop che pochi anni dopo verrà spazzata dall’ondata del grunge che cancellerà quelle tastiere come i dettagli della moda dei telefilm di Miami Vice.

I limiti di “Dream Generator” sono proprio le sue caratteristiche idiomatiche. Scavalcate dal tempo e dall’ennesimo rovesciamento dei paradigmi culturali alla base della cultura pop. Eppure sarebbe da rivalutare, sotto alla sottile vernice metallizzata degli anni 80′ ci sono tante ottime idee, che magari Carlos Alomar avrà riutilizzato in altre produzioni, a servizio di altri grandi cantanti e musicisti dell’epoca. Un solo disco solista Sig. Alomar, che peccato. Forse però è giusto così: i gregari non si fanno notare, lavorano sodo per costruire i successi altrui, consci che senza il loro supporto il talento dell’artista per cui lavoravano non sarebbe potuto essere espresso nella maniera in cui la storia ce lo ricorda. Grazie ancora, Sig. Alomar.

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