Thurston Moore e lo stile tardo di “Spirit Counsel” su #neuguitars #blog

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https://www.thurstonmoore.com/

https://thurston-moore.lnk.to/SpiritCounselWE

Thurston Moore. Pensare di ignorare Thurston Moore è la cosa più stupida che un appassionato di chitarre e di musica sperimentale possa pensare di fare. Un atto di ignoranza gratuita. Un atto di arroganza gratuita. Il problema è un altro. Da dove cominciare? Moore è uno di quegli artisti che…beh, non si sa come faccia a produrre tutto quel che fa. La sua bulimia discografica è qualcosa che farebbe preoccupare anche John Zorn e Sun Ra e che ha generato il bel libro di Nick Soulsby “Thurston Moore We sing a new language”, dove viene raccontata una parte significativa del suo labirinto discografico. Bisogna provare. Bisogna tentare. Quando ho visto che questo cofanetto di tre cd era in prevendita mi sono buttato, e ho fatto bene. Temevo si trattasse delle “solite” improvvisazioni noise di cui Moore aveva già fornito una abbondante e appassionante documentazione discografica e di cui avevo già acquistato alcuni esemplari. “Spirit Counsel” è una cosa diversa.

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Un cofanetto direi quasi lussuoso nella sua grafica curatissima, nei suoi tre cd che lo compongono e nel libretto che li accompagna, pieno di belle foto a colori e di una descrizione per ciascuno dei cd. Insomma, il classico oggetto che poteva “parlare” anche al cuore di un collezionista.

Sono giorni che questo cofanetto risuona nel mio lettore cd e ancora non ne sono stanco. Che cosa ha di nuovo? Praticamente niente. Ciascuno dei tre cd è un concept che mi fa pensare che anche Moore, dopo Zorn, si arrivato a un suo personale “stile tardo”. Ma cos’è questo “stile tardo”? Il primo a identificare questa particolare immagine estetica è stato Theodor W. Adorno, che nel 1934 negli appunti per la stesura di libro sull’esperienza musicale ed estetica di Beethoven, formulò un’analisi che si delineava come una riflessione sulla natura delle opere artistiche della vecchiaia. In esse – e dunque negli ultimi quartetti del compositore, nelle ultime sonate per pianoforte o nella magnifica Missa solemnis – Adorno leggeva il loro carattere corrugato, dilaniato, frastagliato e disarmonico. Vi leggeva anche una rivolta senile alla tradizione e all’imposizione dei canoni, alla norma assunta come crisma di un’affiliazione alla grande cultura riconosciuta: insomma, le opere tarde, per il filosofo, consegnavano al lettore o all’ascoltatore una ribellione soggettiva nei confronti delle convenzioni, che le rendeva, per questo motivo, aggressive, inconciliabili e anti-retoriche.

Questa tematica venne efficacemente ripresa dall’intellettuale arabo-americano Edward W. Said, scomparso nel 2003, noto al grande pubblico per il suo impegno a favore della causa palestinese e per i suoi studi postcoloniali, riprende queste tematiche nella sua raccolta di saggi postuma “Sullo stile tardo”, dove Said allarga il campo di indagine iniziato da Adorno parlando di Stile tardo come di una sorta di esilio autoimposto da ciò che è generalmente accettabile, da ciò che viene dopo di esso e che sopravvive oltre, come un qualcosa che è dentro il presente, ma allo stesso tempo ne è stranamente separato.

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Una sorta di auto esilio stilistico auto-impostasi dall’autore stesso al di fuori dei luoghi comuni e dai cliché auto-imposti dalla passato e dalla statura e struttura finora rappresentata dall’autore stesso, una critica nei confronti stessa della società, un ribaltamento delle consuetudini stilistiche, una rimessa in discussione personale, una condizione di straniamento e spossessamento, di esclusione e minorità, una forma praticata con astuzia e rivendicata, magari, addirittura con orgoglio.

Cosa c’entra questo con Moore? C’entra, perché questo cofanetto ha ricevute molte stroncature dalla critica indie rock. Fondamentalmente Moore è stato accusato di essere diventato….vecchio, di aver perso mordente, iniziativa e originalità. Insomma le solite cose. Per questo alla fine l’ho comprato. Forse c’era dentro qualcosa di veramente diverso, non nuovo, anche solo diverso. “Spirit Counsel” mostra uno spirito diverso. Qui viene rappresentato il Moore “compositore”, quello ispirato da Rhys Chatham e da Glenn Branca, quello che smette di fare il rocker per dimostrare che si può fare, che si può essere sofisticati e che, anche lui, può andare oltre a una critica basata solo sul rock e sul noise rock. Lo ha fatto realizzando un oggetto interessante, curato, con una forma lontana dai canoni dell’indie rock, perche “Spirit Counsel” non è indie rock, ma è composizione. Per questo lo assimilo allo “stile tardo”, da solo in questo senso, Moore aveva realizzato ben poco, questi tre cd riportano l’ago della bilancia in parità e mostrano un altro suo lato, un lato diverso da quello del fanatico di rock indipendente, delle fanzine, delle cassette e delle t-shirt. E’ un Thurston Moore molto maturo e consapevole, e mi piace. E’ il Thurston Moore che ritorna a quella forma contemporanea e sperimentale che uscì dalle ceneri della No Wave con una forma molto più complessa e creativa. Io vi consiglio un ascolto, come vedete le tre composizioni, “Alice Moki Jayne”, “Spring Street” e “Galaxies”, sono presenti su youtube.

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