Dither, il quartetto elettrico newyorkese su #neuguitars #blog

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http://www.ditherquartet.com/

“The quartet concept: the gravitas of four corners, circle in square, life cubed and balanced.”
Elliott Sharp, from the notes in the cd Dither

Cominciamo con dare qualche coordinata: chi sono i Dither? I Dither sono un quartetto di chitarre elettriche con base a New York, che presentano un complesso e sofisticato DNA basato su un eclettico mix che comprende musica composta, improvvisata ed elettronica. Sono onnivori. Sono i velociraptor della musica sperimentale per chitarra elettrica. Sofisticati. Lavoratori infaticabili. Stilisticamente eccellenti.

Dither

Il mio incontro con i Dither risale al 2010 con il loro album di esordio, intitolato semplicemente Dither, nomen est omen, realizzato dalla Henceforth Records. Non ricordo dove l’ho trovato, credo di averlo comprato direttamente dalla casa discografica:

https://www.henceforthrecords.com/catalog/dither/

fu una bella sorpresa. Venivo dagli ascolti del quartetto di chitarre di Fred Frith e cercavo qualcosa di simile, di nuovo, di eccitante. Questo cd inizia in maniera quasi innocente. Il primo brano, Tongue of Thorns di Lainie Fedderman, presenta diversi secondi di suoni tenui e impalpabili, quasi glitch sfocati in lontananza, costringono a elevare la soglia dell’attenzione,a guardare il minutaggio sul lettore, a chiedersi se non sia il caso di alzare il volume…non fatelo, dopo quasi un minuti quattro chitarre distorte scaricano un suono cupo, pesante, da Black Sabbath in astinenza e passati al rallentatore mentre un tamburo ripete ossessivo un tuo tum-tum, così cupo e inquietante che starebbe bene nella colonna sonora del Signore degli Anelli. Le chitarre ripetono ad libitum il loro mantra che più che al minimalismo storico o al massimalismo di Glenn Branca sembra rimandare alla No Wave nichilista e anfetaminica della New York fine anni ’70. Ma non è tutto così, il primo brano dopo sei minuti comincia a dare segni di sfaldamento, si inseriscono feedback a cascata, mentre il tutto progressivamente collassa. Guardo con sospetto sia la copertina del disco che il lettore cd, dopo un inizio così cosa posso aspettarmi? E invece Dither si rivela un disco di contrasti, di luci e di ombre, di continue citazioni alla No Wave, al minimalismo, al massimalismo, al post punk e al post rock (le chitarre di Pantagruel sembrano i primi Tortoise), alla congestione del post modernismo. Tutto viene citato, rielaborato e risputato, delicati arabeschi che ricordano i migliori Fripp e Eno inseriti dentro geometrie nichiliste e contorte, drones di chitarre metal che pescano dal doom scandinavo che si uniscono con strutture degne di Branca e Chatham. Un disco davvero ottimo, radicale, senza compromessi, tutte ottime composizioni a nome della già citata Lainie Fefferman, Jascha Narveson, Joshua Lopes, Lisa R. Coons e Eric km Clark.

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Un esordio perfetto. Dicevo prima che i Dither sono lavoratori infaticabili e quindi basta aspettare. Dopo un cambio di formazione, esce David Linaburg e entra Gyan Riley, il quartetto si stabilizza con i fondatori Taylor Levine, Joshua Lopes e James Moore. Siamo nel 2015 e i Dither dimostrano tutta la loro fame onnivora realizzando con la Tzadik di John Zorn questo “ Dither plays Zorn, John Zorn’s Olympiad Vol.1”

http://www.tzadik.com/index.php?catalog=8327

Dalle composizioni, ai game pieces stile anni ’70 e ’80. Un salto non così strano. Nel 2010 Eliott Sharp giustamente suggeriva di indagare nei significati tecnici del termine “dither” e sui suoi molteplici usi: un metodo per sintetizzare i colori intermedi normalmente non disponibili utilizzando schemi a punti. Oppure: applicazione intenzionale di forme di rumore per eliminare l’errore di quantizzazione manifestato come drop-out o rumore non correlato. Quindi vanno benissimo per i game pieces di Zorn.

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“I never specifically told anyone anything. I set up rules where they could tell each other when to play. It’s a pretty democratic process. I really don’t have any control over how long the piece is, or what happens in it.”
John Zorn in Talking Music, William Duckworth, Da Capo Press, 1999, pag. 462

I game pieces di John Zorn sono stati un momento fondamentale per la sua stessa formazione musicale sia come compositore, come musicista, come improvvisatore e anche come animatore culturale all’interno di una scena musicale che negli anni ’70 si stava creando in una New York in piena crisi economica e politica. Il risultato di questo impegno sono stati una serie di pezzi basati su non su degli scritti, degli spartiti ben definiti ma su una serie di istruzioni, di regole che permettevano a un gruppo di musicisti dotati di particolari caratteristiche e abilità di creare ogni volta delle musiche nuove basate sul rispetto di tali regole e sulla loro reciproca interazione musicale e sociale. Tutti questi brani erano stati efficacemente documentati nell’ottimo cofanetto di cd pubblicato dalla Tzadik nel 1997 e intitolato “The Parachute Years 1977-1980”. Questo cofanetto sembrava chiudere un’epoca, ma dopo tanti anni, Zorn pare abbia trovato una nuova generazione di musicisti interessati a riproporre questi lavori, rileggendoli in modo nuovo e creativo.

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“Now, almost 40 years later, a new generation of musicians has appeared who are perfectly suited to execute these challenging and artful composition schooled in improvisation composition and realizing both written music and open forms – musicians who deeply understand the group dinamic of working togheter as a team, which is so crucial in performing these largely community-based compositions.
John Zorn, 2014, nel libretto che accompagna il cd.

I Dither sono stati i primi di questa nuova generazione (e purtroppo finora gli unici) a cui è stato affidato il difficile compito di “giocare” ancora queste “composizioni estemporanee”. Tre sono i brani da loro interpretati e giocati: Curling, Hockey e Fencing per otto tracce complessive. A dimostrazione infatti delle possibilità di queste strutture aperte, infatti, tutti i brani sono stati registrati due o tre volte, a dimostrazione dell’ampio ambito di possibilità e di scelte disponibili.
Il risultato è un cd che ho trovato davvero divertente, con una musica sì impegnativa ma allo stesso tempo non triste, cupa o…”dry”. C’è un senso di divertimento che aleggia su tutte le musiche e vi prometto che vi divertirete voi stessi a cercare tutte le citazioni e le digressioni musicali che esso contiene. I Dither sono bravissimi e non fanno certo rimpiangere la prima generazione di musicisti che aveva interpretato questi brani quasi 40 anni fa.
Molto bello anche il design del cd, il libretto all’interno sembra seguire con intelligenza e eleganza la struttura formale dei game pieces: i testi sono divisi, frammentati e montati in sequenze precise che costringono il lettore a un divertente gioco di “inseguimento letterario” per poterli leggere. Tutto merito della bravissima designer Chippy (Heung-Heung Chin).

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2019. Per certe cose ci vuole tempo. Bisogna scegliere un nuovo repertorio, provarlo, integrarsi con esso e non ripetersi. I Dither sono bravi in questo. Una delle mie case discografiche preferite, la New Focus Recordings fa uscire il loro ultimo lavoro: “Potential Differences”.

http://www.newfocusrecordings.com/catalogue/dither-potential-differences/

Con questo nuovo, interessante album il quartetto di chitarre elettriche di New York si riafferma come uno dei migliori ensemble del suo genere, consolidando la sua reputazione di entusiasti sperimentatori e interpreti di compositori inventivi e di abili scultori del suono nel complesso e variegato mondo sonoro della musica contemporanea per chitarra elettrica. L’evoluzione della chitarra elettrica, del quartetto di chitarre elettriche inteso come fonte sonora organizzata, come strumentazione scenica è stata accompagnata da un’affascinante fusione tra i mondi della musica da camera notata, tra la tecnologia sonora tradizionalmente più associata alla musica rock, tra la produzione in studio e le forme più radicali della libera improvvisazione

Un crossover instabile e eclettico, dove le associazioni naturali con la musica popolare evocate dagli strumenti elettrici si affermano con forza e si uniscono a idee provenienti da altri settori della musica, a volte creando un rapporto amichevole, a volte uno scontro diretto. Un dirottamento sonoro. Si comincia con “The Garden of Cyrus” di Eve Beglarian, compositrice che aveva già donato quel pezzo impressionante che è “Untill it blazes” alla chitarra elettrica e che qui si replica per il quartetto, Paula Matthusen ci incanta con la quiete di “but because without this”, Jascha Narveson esplora le possibilità degli effetti e dei pedali con i suoi quattro “Ones”, “Candy” di Ted Hearne spinge chitarre al limite e Swell Piece di James Tenney chiude il disco, quasi un saluto minimale e un compianto per questo grande compositore e teorico statunitense.

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Ma ai Dither non basta: ciascuno di loro si cimenta in una composizione. Gyan Riley firma “The Tar of Gyu”, Joshua Lopes è l’autore di “Mi-Go”, James Moore his “Mannequin” and Taylor Levine his “Renegade”. Sorprende la conoscenza della chitarra elettrica da parte di questi compositori. Ogni brano mostra delle potenzialità incredibili. La chitarra elettrica qui non è vista come una bizzarria, ma come una strumento complesso e come tale viene compreso e rispettato. I risultati sono sorprendenti.
Nel corso della loro storia come ensemble, i Dither hanno camminato come funamboli tra composizione, improvvisazione, popular music ammiccamenti newyorkesi, creando un suono organicamente crudo ma allo stesso tempo raffinato e preciso, che sostiene una musica che abbraccia una vasta gamma di stili ispirazioni mentre coltiva un’inconfondibile estetica di gruppo che incolla il repertorio insieme.
Sono di New York i Dither, sono bravi, sono pesanti, e non nascondono una certa ironia, siamo a tutta avangarde, cerebrale ma non radical chic, niente salotti buoni, ma tanto feedback. Prego astenersi ammiratori di Lenny Bernstein.

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