La parabola artistica di Stian Westerhus su #neuguitars #blog

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Oggi però, la nuova stella splendente della chitarra è l’audace e impavido Stian Westerhus (classe 1979), vincitore col trio Puma del JazzIntro nel 2006. Nel breve volgere di qualche anno la sua crescita artistica è stata inesorabile. Dopo l’intrigante progetto con la cantante indiana Swati Natekar, commissionatogli dalla BBC radio, nel giro di un paio d’anni ha pubblicato tre album, uno più riuscito e imprevedibile dell’altro. Erede di Aarset nel trio di Nils Petter Molveer, lasciava presagire sonorità via via più rock, e invece, alla pubblicazione dell’album in solo Pitch Black Star Spangled, ha fatto seguito Didymoi Dreams,” performance live al Nattjazz di Bergen, dove assieme a Sidsel Endresen volteggia come un acrobata senza rete. E ancor più sorprendente è il successivo The Matriarch And The Wrong Kind Of Flowers” piccolo capolavoro costruito all’interno del Vìgeland Mausoleum (dove Arve Henriksen ha registrato il suo Sakuteiki).”

Il Suono del Nord” di Luca Vitali, Auditorium, 2018

Dice bene Luca Vitali nel suo ottimo libro reportage del jazz norvegese: Stian Westerhus è un artista fuori dal comune. Il trio di dischi in solo da lui presentato offre infatti delle sonorità e delle impronte stilistiche innovative che non sono sfuggite all’attenzione di molti esperti.

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Cominciamo con il minimale Pitch Black Star Spangled, uscito nel 2010, suo secondo lavoro per la Rune Grammofon, un perfetto esempio di una nuova forma di improvvisazione per chitarra dalle caratteristiche spigolose e esoteriche. Pitch Black Star Spangled è un disco fatto di ombre e di schegge di chitarra gelide e taglienti. Ricorda un’aurora boreale in bianco e nero, con sprazzi di luce che emergono e svaniscono nelle tenebre di una fredda notte artica. Il colore viene aggiunto a poco a poco dal rumore, dalle distorsioni create dalla chitarra, uno dei tratti distintivi nello stile di Westerhus. Westerhus usa il rumore, le abrasioni estratte dalla sua chitarra in un modo completamente sorprendente e poetico. Altra sua caratteristica è la sapiente contrapposizione tra superfici vuote e piene. Anche il silenzio per lui diventa colore, le pause degli aggettivi sonori che amplificano i riverberi e gli echi lasciati correre attorno a limitare a ingrandire uno spazio che a volte sembra rarefatto e a volte sembra collassare.

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L’ascolto successivo è The Matriarch and the Wrong Kind of Flowers, rilasciato sempre dalla Rune Grammofon due anni più tardi, nel 2012. Registrato in un luogo del tutto particolare come l’Emanuel Vigeland Mausoleum, a Oslo: un sepolcro con una temperatura stabile di 5°C e un riverbero naturale di circa venti secondi, questo disco si muove semanticamente nel continuo dialogo tra una fonte acustica naturale e la sua celebrale rielaborazione in studio. Una cover grigia, ben diversa dal nero siderale e dalle sinistre figure in chiaroscuro che adornavano quella del suo predecessore. The Matriarch and the Wrong Kind of Flowers è un disco più complesso. Un lavoro articolato di filtri e sovraincisioni, layers di suono ambientale sovrapposti a creare una tessitura sospesa e molto più cinematica del precedente disco. Un’orchestra di suoni articolati a creare un quadro ambientale di pink floydiana memoria, una tessitura complessa, articolata e mai statica. Quasi isolazionista. Il suono è più “pulito”, quasi terso, è un disco più morbido che esprime disagio,sospensione e incanto, tanti diversi sentimenti, opposti e complementari.

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Nel 2016 arriva Amputation, rilasciato dalla House Of Mythology, ed è un nuovo cambio di direzione, quello verso un cantautorato artico e nudo. Amputation. Come un taglio netto, la rimozione di una parte del corpo non necessaria. O come un corpo senza organi, la musica come un ritorno a Deleuze, la chitarra attorno a una voce quasi soul, senza organi. Loop e frammenti atonali, coaguli di noise. E la voce che è pura chimera, un pensiero effimero, un pensiero volatile. Amputation è un nuovo, affascinante e innovativo capitolo del percorso di Westerhus, una nuova evoluzione in una forma libera dove la chitarra si libera del suo peso come strumento fisico.

Alla fine Stian Westerhus mi ricorda una massima The Edge nel doumentario It Might Get Louder, proprio quando sembra che il rock abbia esaurito la sua spinta innovatrice e quando sembra che le chitarre siano ormai tramontate, la chitarra elettrica riesce sempre a generare qualcosa che ci stupisce, ci emoziona e ci fa riflettere. Questa è la grande forza di Stian Westerhus: Westerhus trasfigura il suo strumento. Dopo i feedback seriali di Hendrix, dopo gli archetti di Page e Jeff Back, dopo strategie anti idiomatiche di Derek Bailey e l’energia massimalista di Reg Bloor, cos’altro dovremmo aspettarci?

Westerhus non è l’unico a muoversi in questi territori. Nel 1994, la Virgin Records fece qualcosa che oggi ipotizzare sarebbe semplice follia: produsse una compilation di due cd intitolata “Ambient 4: Isolationism”. Nel 1994 una major come la Virgin poteva permettersi il lusso di realizzare una compilation di due cd dal gusto totalmente sperimentale e anti commerciale che cercava di rappresentare una subcultura musicale definita nel 1992 da Simon Reynolds sulle pagine di The Wire. Un’epoca che sembra lontana come quella delle macchine a vapore.

https://archive.org/details/various_isolationism

Gran parte di quella compilation era stata realizzata da una ristretta cerchia di chitarristi: KK Null, Jim Plotkin, Jim O’Rourke, Justin Broadrick, Raoul Björkenheim, Keiji Haino, Keith Rowe, Robert Hampson, Peter Kember, Mark Clifford. Chitarristi che esprimevano 25 anni dei concetti estetici sulla chitarra che erano anni luce da quello che nel 1994 la gran parte del pubblico era disposta ad ascoltare. Ora questi concetti, questo desiderio di fare in modo che la chitarra elettrica esca dal suo cono idiomatico e iconico per arrivare a qualcosa di completamente diverso viene ripreso da Stian Westerhus, che è veramente degno di essere ricordato tra gli strumentisti più innovativi di questi ultimi anni.

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