Sonic Madonna o CICCONE YOUTH? «The Whitey Album» Blast First, ed/lp, 1988 su #neuguitars #blog

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Ciccone Youth. Sonic Youth. Sonic Ciccone. Com’è ascoltare il Whitey Album dopo più di trent’anni dalla sua uscita? All’epoca fece scalpore. Ma come? I Sonic Youth! Gli alfieri sonici della scena più avangarde rock newyorkese che omaggiano Madonna, la signora del pop per eccellenza? Della serie che ci rimani male. Specialmente se nel 1988 procurarsi quel disco richiedeva qualche sforzo in più del più accessibile “Daydream Nation”, arrivato poco dopo. Temo che non venne molto capito, venne eclissato da “Daydream Nation”, dalla firma con la Geffen Records, dal grunge che diventò un fenomeno mondiale. Eppure non fu l’oggetto di un capriccio, di un guizzo dada sofisticato.

I Sonic Youth volevano riportare alla luce il rock, volevano rinnovarlo creando una sofistica l’estetica comune che collegava fra loro correnti outsider come il free jazz, la composizione contemporanea, la No Wave e il rock’n’roll più adolescenziale. Il tutto rifiutando ogni ipotesi semplicistica che li vedesse come qualcos’altro rispetto a una formazione rock contemporanea, allineandosi sia con il fiorente movimento dell’hardcore americano che con la scena artistica della downtown newyorkese, questo grazie le loro radici fermamente piantate in quest’ultima grazie ai legami con la No Wave, gli ensemble chitarristici di Glenn Branca e Rhys Chatham e all’esperienza di Gordon come collaboratrice di Artforum. Grazie alla presenza di Wharton Tiers, vero deus ex machina dietro a questo disco e ad altri centinaia di quel periodo.

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All’inizio doveva essere il loro omaggio ai Beatles. Il rifacimento integrale del White Album dei Beatles, uscito nel 1968, un disco molto diverso dalla precedente psichedelia, un doppio disco intriso di creatività cruda, sottile, triste ed eccentrico allo stesso tempo. Un materiale decisamente interessante per i Sonic Youth. Nel gennaio del 1988 i quattro sonici entrarono nello studio di Wharton Tiers creando un intricato groviglio di rumorismi, giochetti primitivi con la beatbox, squarci di spoken words, rap ingenui, e cover da karaoke come Addicted to Love eseguita da Kim Gordon.

Una proposta irresistibilmente intelligente che tuttavia gettò un po’ di scompiglio tra i fan affezionati alle loro strutture più “classiche”. A riascoltarlo oggi viene quasi da chiedersi se dietro non ci fosse lo zampino di Brian Eno. The Whitey Album suona quasi come un prodotto delle sue Strategie Oblique e ne mantiene il senso dell’umorismo.

L’appropriazione indebita di “Into the Groove” di Madonna si accostava alle dissacrazioni dadaiste attuate da gruppi come Negativland e rimandava alle decostruzioni di “My Life In a Bush of Ghost” della premiata ditta Eno-Byrne. Moore cantava sull’originale di Madonna filtrato attraverso un microfono in sovraccarico mentre una sporchissima chitarra fuzz rincara la dose sui cambiamenti. Difficile capire se questo abbraccio citazionista sia pastiche ironico o tributo affettuoso. The Whitey Album anticipa di almeno due decenni l’esaltazione della cultura pop/trash in tutte le sue manifestazioni, consacrando come un gioco alla Andy Warhol un fantastico, volgare lavoro di karaoke, come un paio di baffi. disegnati a biro su un poster dozzinale.

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Come geniale è l’impronta di una gigantesca sneaker sull’interno della custodia dell’album. “The Whitey Album” trasuda di amore sperimentale per l’hip-hop, con una scheletrica drum machine utilizzata a propfuzione con schemi semplici di beat sordi, sui quali i chitarristi stratifìcano ondate di interferenze. “The Whitey Album” è un lavoro così concettualmente squilibrato da mettere in secondo piano, dal punto di vista squisitamente creativo Daydream Nation”. E’ come ascoltare gli anni ’80 venire smembrati e centrifugati assieme a una velocità semioticamente fenomenale. Ascoltarlo dopo più di trent’anni ci aiuta a capire quanto fossero avanti le intuizioni di quel gruppo, il cui insaziabile entusiasmo nei confronti delle manifestazioni contemporanee dei suoni della nostra complessa società ha portati a godere di un rapporto simbiotico con le zone di frontiera della musica.

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