Musica da camera contemporanea, superfici e texture, Teho Teardo e Ellipses dans l’harmonie, Spècula, 2020 su #neuguitars #blog

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http://www.tehoteardo.com/it/opera/album/ellipses-dans-lharmonie/

Ho provato a scrivere questo post non so più ormai quante volte. Credo di averci provato per un paio d’anni, ripetutamente, metodicamente e ogni volta stralciavo, riscrivevo, aggiungevo e toglievo. Ogni volta Teho mi fregava, quando ero convinto di avercela fatta mi fregava. Faceva uscire un disco nuovo. Aggiungeva un tassello e questo tassello nuovo mi cambiava il quadro d’insieme. Rimetteva tutto in gioco, alterava le mie idee, le mie connessioni. Mi faceva ricominciare tutto da capo. Mi ha fregato anche questa volta, ce l’avevo quasi fatta, ma lui mi ha anticipato ancora: ha fatto uscire un nuovo disco, “Ellipses dans l’harmonie”, questa non è una colonna sonora, no, troppo facile, lì ero preparato, no, si è fatto ispirare dalle pagine dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. Per giunta si è fatto crescere una barba che ogni hipster gli sta segretamente invidiando. Scherzi a parte, forse è la volta buona.

Dunque, parliamo di questo suo nuovo disco, molto particolare, che merita un po’ di storia. Questo album nasce da una commissione: Massimiliano Tarantino, il direttore della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, invita Teho Teardo a visitare l’archivio della Fondazione. Non ci sono mai stato, ma da appassionato di libri posso solo immaginare che emozione possa essere stata visitare una biblioteca così prestigiosa. Tarantino chiede a Teardo se fosse interessato a scrivere musica ispirata a uno dei libri custoditi nell’archivio. Teho sceglie di occuparsi della prima edizione de L’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Scopre che L’Encyclopédie contiene diverse partiture, esempi che hanno lo scopo di insegnare a scrivere un contrappunto, una cadenza, oppure come lavorare con l’armonia. Registra tutte queste partiture, creando un nuovo archivio musicale e incomincia a unirle, sovrapporle, a giocarci ed ecco il risultato: una nuova forma di musica da camera.

Mentre ascoltavo per la prima volta il cd, mi è tornata in mente un brano dal libro Il Pendolo di Focault di Umberto Eco, dove la compagna del protagonista, un consulente-curatore culturale ante litteram, gli dice che lui è in realtà un insieme di superfici. Non una persona superficiale. Ma il risultato della sovrapposizione di una serie infinita di superfici culturali. Questa idea mi sta accompagnando ancora e trovo che si presti bene per raccontare “Ellipses dans l’harmonie” e altre musiche realizzate da Teardo. Un’enciclopedia cartacea, un ricordo del XX secolo nell’epoca di Wikipedia e del web onnipresente, è formata da un insieme di migliaia di superfici cartacee, le sue pagine. Superfici sovrapposte, legate e unite tra loro fino a creare un insieme ordinato di nozioni, concetti, idee. Teardo ha trasformato queste superfici cartacee in superfici musicali e, integrandole tra loro, ha ricomposto una nuova enciclopedia nell’aspetto di questo nuovo album.

Così facendo “Ellipses dans l’harmonie” diventa un vero e proprio “medium”. Mi permetto di citare Giuliana Bruno dal suo saggio “Superfici. A proposito di estetica, materialità e media”: “la radice entomologica di ‘medium’, che rimanda a uno stato di “intermedietà” e alla qualità del “diventare” come sostanza connettiva, pervasiva e avviluppante. In quanto sostanza che, nell’intrecciarsi, permette alle impressioni di raggiungere i sensi, un medium è un ambiente vivo di espressione, trasmissione e archiviazione”.

Gli spartiti dell’Encyclopédie sono diventati degli incontri di superficie dove si generano dinamiche inedite. La forma diventa sostanza. Viaggiando dentro l’Encyclopédie ricomposta da Teardo emergono un senso non lineare del tempo e strati di densità temporale, in cui la sostanza non riguarda solo i materiali usati, bensì la sostanza delle relazioni materiali. Il risultato è un lavoro complesso dove Teardo raggiunge un alto livello di sensibilità nella gestione di un esercito di archi a sua disposizione, oltre alle sue chitarre e ai violoncelli che sembrano essere diventati uno dei suoi segni stilistici.

Mi rimane solo una domanda dopo l’ascolto di questo disco: gli artisti stanno trasformandosi in archivisti?

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