Il blues e il gospel isolazionista di Stian Westerhus su #neuguitars #blog

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https://stianwesterhus.bandcamp.com/

https://houseofmythology.com/releases/view/stian-westerhus-redundance

Westerhus era atteso. Non si lancia un disco come “Amputation”, non si lascia un simile concetto in sospeso senza che l’ascoltatore non si aspetti un rilancio, una nuova puntata, una continuazione o una negazione. Una risposta, e la risposta è “Redundance”, la catarsi.

Questo disco è arrivato nel momento in cui il mondo si chiudeva nell’isolazionismo emotivo, empatico del Covid-19. Una scelta di tempi perfetta per un momento cupo e disperato, in cui le distanze emotive sono diventate un problema semantico e cognitivo. “Redundance” rappresenta una catarsi emotiva, la colonna sonora perfetta, il desiderio che diventa un suono audace e fiero, quasi Westerhus epico. “Redundance” è la riscossa che si genera quando ci si rende conto che le possibilità sono esaurite, che si è esausti per aver esaurito le possibilità, che l’unica scelta è gridare e alzarsi, liberarsi dal torpore falsamente emotivo dei mass media.

Sotto questo punto di vista “Redundance” è un disco blues, un disco dove la tristezza, l’angoscia, le derivazioni e le sporcizie emotive trovano un riscatto in un desiderio metafisico di pulizia, velocità e trasfigurazione. La voce è lo strumento, la chitarra il suono. Stian Westerhus canta un gospel laico, nordico si accompagna a canoni ascendenti che inneggiano a un desiderio di volontà e di libertà. E’ un disco dove si abusa della tecnologia, dove almeno 20 anni di suono e sperimentazione vengono centrifugati e filtrati dalla voce e dai testi che canta.

Nonostante i suoni cupi e profondi, Redundance non è un disco che parla di disperazione, ma di rinascita. Forse Redundance rappresenta il momento in cui l’isolazionismo riesce a superare se stesso, in cui riesce a trasformare in qualcosa di confortevole un’angoscia fredda come il ghiaccio, per farlo deve inghiottire il proprio orgoglio e accettare di cambiare. Esiste la possibilità di superare questo stato di “comfortably numb”? La volontà di andare oltre a quel “Final Cut”, che Roger Waters ci aveva annunciato come la fine del “post memorial war dream” degli anni ’80?

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