Se amate la chitarra elettrica…la musica di Wiek Hijmans su #neuguitars #blog

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http://www.wiekhijmans.nl/

http://www.xs4all.nl/~xorluc

http://www.attaccaproductions.com/

Un fantasma si aggira, indisturbato, nel mondo della musica contemporanea accademica, è la chitarra elettrica. La chitarra elettrica è un corpo estraneo, un virus, un rivoluzione tecnologica che spiazza i compositori. Strumento principe della popular music, ha attraversato il novecento collegando la sua innovazione tecnologica sia con la musica popular, sia con le tensioni sociali e artistiche che l’hanno attraversato, sia con le avanguardie più spinte.

Avanguardie popular che hanno energicamente superato le omologhe avanguardie accademiche comportando una vera e propria spinta evolutiva dello strumento, una spinta velocissima, che ha attraversato un caleidoscopio di generi nei quali ha sempre saputo trovare almeno un innovatore generazionale di linguaggio, stile, approccio, suono e…follia visionaria. Una evoluzione tecnologica che ha portato all’elaborazione di migliaia di effetti con cui modificare, personalizzare, alterare un suono che nasce da un prodotto di serie, industriale, il prodotto musicale per eccellenza della cultura di massa tanto cara ad Adorno.

Un prodotto della cultura di massa che si prende la sua rivincita entrando nelle avanguardie di natura popular, cavalcando le ali dell’improvvisazione e di una ricerca di un suono in grado di rappresentare un secolo controverso e votato all’innovazione.

I compositori, di fronte a questo strumento, sono confusi. Diversamente dagli strumenti classici a cui sono abituati la chitarra elettrica è un corpo alieno, sia da punto di vista tecnica, che dal punto di vista concettuale e estetico. Dal punto di vista tecnico dato che le tecniche per suonarla sono molto lontane da quelle degli strumenti classici e tutti di derivazione popular, patrimonio culturale di interpreti di altri generi musicali. Dal punto di vista concettuale ed estetico perché la chitarra elettrica ha corso molto nell’ultimo secolo, sedimentando una base solida di tecniche, estetiche, generi, eroi, narrazioni sia in campo popular che in ambito sperimentale. Snobbata dagli esponenti della cultura “alta” ha saputo crearsi i propri spazi concettuali, generando forme sonore lontane dal rock, dal blues e dal jazz, forme innovative che hanno creato nuovi territori estetici.

Per i compositori si configura un triplo problema: primo, riuscire a padroneggiare un serie di stili e di tecniche che non vengono abitualmente insegnate nei Conservatori e che sono comunque in continua evoluzione: secondo, diversamente da quanto avviene negli altri ambiti sperimentali il compositore qui ha bisogno di un interprete altamente specializzato, capace sia di gestire quella serie di tecniche e stili di cui parlavo prima, sia di leggere e capire gli spartiti creati dal compositore; terzo, riuscire a creare qualcosa nuovo avendo due possibilità, prima reinventando completamente suoni e tecniche di impiego dello strumento, secondo adattarsi a quanto già disponibile, cercando di riutilizzare i materiali disponibili. Credo che questi siano i motivi per i quali finora il repertorio di musica contemporanea di natura accademica sia ancora così limitato.

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Per fortuna la chitarra elettrica in ambito contemporaneo può contare su dei campioni come l’olandese Wiek Hijmans, la sua discografia infatti è non sono una testimonianza della sua abilità come interprete, ma anche un efficace campionario di brani di sicuro interesse. Quasi tutti i suoi cd nascono dalla casa discografica indipendente X-OR da lui stesso gestita con Luc Houtkamp, il suo primo cd “Electric solo!” esce nel 2002 con brani come “Auburn (for guitar and tape) di Michel van der Aa, Tristan Murail (“Vampyr”), i “Solo for E-Guitar” di Pelle Gudmundsen-Holmgreen, “Triplum per chitarra” di Louis Andriessen e due brani dello stesso Hijmans, “Carrousel” e “Upward (improvisation)”.

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Nel 2004 arriva un altro disco in solo, “Classic Electric”, altro ottimo esempio del suo virtuosismo dove trovano spazio un eccellente versione del “classico” “Electric Counterpoint” di Steve Reich, “Scan” di Theo Loevendie, “Another Possibility” di Christina Wolff, “E Domino” di Paul Termos, “Round Midnight/Volte” di Thelonious Monk e Jan Pietersz Sweelinck e “From here there and no Return” sempre di Hijmans.

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Il disco successivo, “One Hour” (2013) è una piccola sorpresa, contiene 4 improvvisazioni, ciascuna di 15 minuti, un disco radicalmente diverso dai precedenti, una sorta di realtà parallela a quella di interprete, che si rivela molto interessante, mettendo in luce le caratteristiche stilistiche di Wiek Hijmans.

Bisogna aspettare ben 5 anni perché ci sia qualcosa di realmente nuovo, il nuovo disco si chiama “Electric Language” ed esce nel 2018 per la casa discografica indipendente Attacca.

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E’ un’altra conferma delle abilità di Hijmans, che si destreggia egregiamente tra brani come il ritrovato “The possibility of a New work for Electric Guitar” di Morton Feldman, una nuova versione di “Another Possibility” di Christian Wolff, “Language” di Maarten Altena, “article 6 (waves)” di Rozalie Hirs, “(Backgrounds)” di Peter Ablinger, “Interstitial Sketch” di Vedran Mehinovic, “MacGuffin” di Yannis Kyriakides, “Tree Ferns” di Allison Cameron e “Victus, sempre di Hijmans.

Si tratta di tre dischi molto interessanti e importanti per chi volesse accedere a una forma sperimentale ancora in fase embrionale. La musica contemporanea di natura accademica per la chitarra elettrica è molto interessante e sicuramente Wiek Hijmans è uno dei suoi campioni. Che cosa non convince in pieno? La mancanza di una narrazione estesa. La colpa non è certo dello stesso Hijmans, ma credo che ci sia ancora parecchio da lavorare per poter riuscire a convincere altri sperimentatori delle possibilità offerte da questo differente approccio. Ma se state pensando a un modo di suonare la chitarra elettrica in grado di uscire dai soliti clichè del rock, del blues e del jazz…se credete che i cambiamenti tecnologici possano avere un forte impatto non solo sull’economia, sulla società, ma anche sull’arte…allora dovete ascoltare Wiek Hijmans.

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