Frammenti musicali: Taku Sugimoto e Fabio Selvafiorita su #neuguitars #blog

L’enciclopedia Treccanti definisce così il frammento: “Parte di un’opera letteraria pervenutaci mutila. In seguito alle perdite di codici antichi, di molte opere dell’antichità greca e romana non restano che frammenti. Molti sono stati riuniti in raccolte, tra cui: Die Fragmente der Vorsokratiker di H. Diels (1903); Die Fragmente der griechischen Historiker di F. Jacoby (1925); Oratorum et rhetorum Graecorum fragmenta di K. Jander (1913) ecc. “1

Perché parlo del frammento in un contesto musicale? Perché di recente ho riascoltato, con molto piacere due dischi che con la poetica del frammento sembrano averci molto a che fare: “Fleurs d’X” di Fabio Selvafiorita e “Opposite” di Taku Sugimoto. Due dischi molto diversi tra loro, per ispirazione, impostazione e stile, ma che possono essere ricondotti a una forma estetica comune: quella del frammento.

Cominciamo parlando di Taku Sugimoto. Taku Sugimoto è assolutamente sconosciuto ai media mainstream, ma questo chitarrista giapponese è diventato una leggenda nei circoli d’avanguardia. Si è reinventato dalla testa ai piedi già un paio di volte, passando dall’essere un personaggio rocker psichedelico / noise a forme improvvisative ultra-minimali e libere.

È uno degli artisti chiave di quello che è stato soprannominato il movimento “onkyo”, la forma propria di Tokyo del riduzionismo berlinese – musica costruita sul silenzio invece che sul suono. Sugimoto ha invertito le polarità ed esplorato aree sempre più tranquille nella musica. Gradualmente ha smontato il suo modo di suonare, prima attraversando un periodo in cui suonava linee tonali brevi e scucite e in seguito spostandosi su tecniche più estreme, suonando il corpo della chitarra o facendo scorrere lentamente le dita sul bordo libero. Si potrebbe essere tentati di collegare la sua musica con gli esperimenti acustici di Loren MazzaCane Connors, ma credo che si tratti solo di una comunanza spirituale e non musicale: in Sugimoto non ci sono riferimenti al blues.

Nel 1998 ha pubblicato questo “Opposite” diventato uno dei suoi più conosciuti. L’etichetta svizzera di jazz / avant Hat Hut lo pubblicò nel 1998 sulla loro collegata hatNOIR, dando a Sugimoto la sua prima vera esposizione al di fuori del Giappone. Su queste 20 tracce, venti frammenti divisi tra pezzi per chitarra acustica ed elettrica, Sugimoto sembra esplorare i vari spazi che possono coesistere tra una nota e il suo tono risonante, utilizzando strani intervalli e un fraseggio aritmico obliquo. Il suo senso del tempo e la sua invenzione armonica sono le chiavi di lettura della sua musica, in particolare nei brani acustici, dove Sugimoto esplora la politonalità mentre lascia spazio allo stesso spazio vibratorio, creando una serie di riverberi microtonali che vengono assorbiti gradualmente dallo spazio che disegna attorno alle singole note.

“Opposite” è una registrazione inquietante, paziente, tranquilla e bellissima. Sono passati più di 20 anni da quando questo disco è uscito e, per certi versi, Sugimoto è diventato un artista molto diverso nei decenni successivi, intraprendendo strade inaspettate. Tuttavia, la pazienza e l’arte che ha imparato qui sono rimaste vitali per la sua sensibilità attraverso tutte le sue trasformazioni, e la bellezza tesa e spesso pungente di “Opposite” rimane un testo chiave per comprendere la sua musica. Ancora più importante, gli anni non hanno affatto smorzato il sofisticato potenziale di questa musica.

“Fleur d’X” di Fabio Selvafiorita2 è, invece, un disco molto diverso. Se “Opposite” è un disco basato sull’improvvisazione, “Fleur d’X” di composizioni che riflette il dualismo compositore interprete, dove l’interprete è Elena Càsoli. Registrato per l’etichetta indipendente italiana Stradivarius nel 2015, questo disco prevede l’ascolto di quarantaquattro brani con durate comprese tra un minimo di 23 secondi e una massimo di due minuti e 50 secondi, che lo stesso compositore, Fabio Selvafiorita, definisce come frammenti: “con il titolo Fleurs d’X ho voluto raccogliere una serie di brani brevi e brevissimi per chitarra sola scritti durante le estati tra il 2007 e il 2012. Ad oggi riuniti in tre quaderni questo corpus di frammenti musicali registra improvvisi deja-vu, elabora intuizioni colte in momenti puramente occasionali, restituisce echi di una memoria musicale sempre in bilico tra incanto, sogno, frattura e lontananza.”

Il risultato è una raccolta di “quasi haiku” musicali, leggeri nella loro struttura ma complessi nella loro esecuzione proprio a causa della loro brevità e sintesi espressiva che costringono l’interprete, una Càsoli perfettamente a suo agio e inspirata, a un notevole sforzo di concentrazione e di focalizzazione creativa.

Selvafiorita pesca nei suoi ricordi, nelle sue letture, negli echi lasciati da altri musicisti e altri compositori elaborando frammenti dal titolo di per se spesso esemplificativo come “Theme for Jim Hall”, “Epitaffio Corale per Luciano Berio”, “Stillstand (stasimo per Lennie Tristano)” a testimonianza di una pluralità di ispirazioni, ascolti, frequenze e emozioni.

Entrambi i dischi esprimono il loro contenuto attraverso delle schegge sonore, venti frammenti per Sugimoto e quarantaquattro per la chitarra di Elena Càsoli, frammenti che sono nati in questa forma precisa e non arrivati tramite le mutilazioni della storia e che rappresentano dei momenti privilegiati di piacere e di intuizione.

Come fotografie ci indicano un modo per afferrare una totalità, una visione più completa e complessa che rimane nascosta nei frammenti stessi e negli spazi che li circondano e li collegano. In questo caso diventa necessario parlare di stile utilizzando delle metafore, utilizzando i frammenti come metafore stesse. Mi permetto qui un lieve scetticismo: le metafore sono essenziali al pensiero, ma bisognerebbe usarle senza crederci troppo, se la metafora utilizzata fosse stata un’altra, la conclusione sarebbe stata diversa. Se avessi parlato di miniature invece che di frammenti questo post avrebbe avuto una natura diversa.

Rimane sempre il piacere dell’ascolto, dei lampi di intuizione creati da questi singoli fotogrammi che invitano alla creazione di una personale narrazione. Sono dischi da ascoltare con calma, anche in modalità casuale ma non in modo superficiale: queste schegge, spesso così orecchiabili e melodiche si esauriscono un soffio ma lasciano la loro aurea, il loro respiro risuonare a lungo nelle nostre orecchie.

Vi lascio con un commento tratto da Susan Sontag che sembra sintetizzare al meglio quando da me qui scritto: «Penso che ci sia qualcosa di molto prezioso nella forma del frammento, che indica gli scarti, gli spazi e i silenzi tra le cose. D’altro canto, si potrebbe affermare che il frammento è letteralmente decadente – e non in senso morale – perché è lo stile caratteristico di un’epoca, di una civiltà, o di una tradizione di pensiero o di sensibilità. Il frammento presuppone un bagaglio di conoscenze ed esperienze, ed è decadente nel senso che tutto ciò che si ha alle spalle permette di procedere per allusioni e commenti, senza dover essere espliciti. Non è una forma d’arte e di pensiero adatta alle culture giovanili, che hanno bisogno di essere molto specifiche. Ma noi sappiamo molto, siamo consapevoli di una molteplicità di prospettive e il frammento è un modo per riconoscerlo»3

Come le fotografie.

2Laureato in musicologia a Bologna con una tesi sulla composizione assistita dal computer, ha fondato una società di produzione e postproduzione video, ha studiato musica elettronica alla Scuola Civica di Milano con Alvise Vidolin,

3Susan Sontag, “Odio sentirmi una vittima”. Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott, il Saggiatore, 2016, pp. 73-74

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