Namatoulee. Come inventarsi un mondo. L’esordio di Francesca Naibo su #neuguitars #blog

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https://francescanaibo.bandcamp.com/

Prima di prendere in considerazione e analizzare questo disco, opera d’esordio di Francesca Naibo, chitarrista ormai lombardo-veneta, è bene ripetere che ogni musicista, forse ogni artista, parte da una concezione forse ingenuamente fisica della propria arte. Il suono, per quanto intangibile e invisibile, non è solo un’espressione o un concatenarsi di espressioni, bensì qualcosa che realmente tocca, avvolge e coinvolge. E’ il veicolo attraverso cui arriva la musica, il motivo appassionato che ci rattrista per un ricordo occasionale che evoca in noi, le amicizie cui da vita e che cementa.

Francesca Naibo ha fatto le cose per bene, per questo suo primo cd. Ha creato, cancellato, rifinito con certosina pazienza ogni nota. Ha saputo dimenticare e poi ricreare. “Namatoulee” è un disco intelligente, complesso, spontaneo, fresco, che offre molteplici chiavi di lettura. Partiamo, ad esempio, dal titolo del disco e di quello dei 14 brani che lo compongono, giochi di parole di una lingua inesistente, che forse non vogliono dire niente, scherzi dada che rimandano con la loro musicalità ad altri suoni. Titoli come “Lameda “Lemeda”, “Nadare Nura”, “Toundaleda”, che forse sono già esistenti in qualche dialetto o in qualche manuale tecnico di una nazione a noi vicina, sono anche un primo indizio del desiderio creativo di un’artista che vuole inventare a prescindere, che quando agisce comunque crea.

Francesca è una chitarrista dalle molteplici esperienze, il Conservatorio, Joni Mitchell, il folk, la classica, la contemporanea, l’interpretazione, l’improvvisazione. Francesca corre sul filo, sulle corde delle sue chitarre, con l’equilibrio precario di chi vive sulle terre di confine, dove i limiti e gli stili sono esili tracce sulla sabbia che vengono cancellate e riscritte in continuazione. Ascoltare “Namatoulee” può essere un esercizio stilistico difficile per un chitarrista, significa pensare alla musica e al suono e dimenticare lo strumento, l’infilata di termini tecnici, il sentimentalismo romantico, le stigmate della sperimentazione.

Abbiamo bisogno di ascoltare e pensare in termini acusmatici, allontanando la memoria dello strumento e fronteggiando una musica “concrete” che sarebbe facile e superficiale definire “astratta”. Perché “concrete”, in inglese, significa anche calcestruzzo, l’esistenza di una forma materiale o fisica; non astratta. Non penso che la musica di Francesca sia astratta, semmai cromatica, quel cromatismo cangiante e mutevole che è oggetto di meraviglia per chi guarda attraverso un caleidoscopio rotante. La musica di “Namatoulee” è volontà, è passione e non è meno immediata del mondo stesso, appartiene al tempo e alle sue intemperie. Jorge Luis Borges ci ricorda come, in dialogo di Oscar Wilde, si legge che la musica ci rivela un passato personale che fino a quel momento ignoravamo, e ci muove a piangere per sventure che non ci hanno mai colpiti e colpe che non abbiamo mai commesso…la musica di “Namatoulee” è tutto questo.

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