Quando “less” vuol dire davvero “more”: la chitarra di Bernard Sumner nei Joy Division su #neuguitars #blog

Cari amanti e feticisti della chitarra, penso non vi sia sfuggita la recente notizia (28 settembre 2020) di come la chitarra utilizzata da Ian Curtis, il compianto leader dei Joy Division morto suicida il 18 maggio 1980, nel video di “Love Will Tear Us Apart”, sia stata messa all’asta. La notizia è stata riportata dal sito Uncut, che riportava anche la cifra attesa alla quale sarebbe potuto essere venduto lo strumento: tra le 60mila e le 80mila sterline. Curtis utilizzò la sua Vox Phantom VI Special anche in altre occasioni, ad esempio il tour europeo tenuto dalla band nel 1980. Dopo la morte del cantante – spiega la rivista britannica – fu utilizzata da Bernard Sumner per il singolo dei New Order (la formazione nata dalle ceneri dei JD) “Everything’s Gone Green”e da Johnny Marr negli Electronic, il gruppo formato nel 1988 dall’ex chitarrista degli Smiths insieme allo stesso Sumner. Nel 2002 la sei-corde tornò in possesso della figlia di Ian Curtis, Natalie.

In un’intervista rilasciata per il libro di Pat Graham ‘Instrument’, Sumner ha affermato: “Ian really liked this guitar. The Phantom had tons of effects built into it, as an added bonus… The guitar has a battery in it, and if you press the buttons in the wrong combination it will go into self-oscillate mode and start to make this strange twittering sound that Ian liked very much. It is a pretty wacky guitar. It sounded like some of the thinner guitars on Velvet Underground tracks, clean and jangly.”

https://www.uncut.co.uk/news/ian-curtiss-love-will-tear-us-apart-guitar-up-for-auction-128070/

Tuttavia non è questa notizia l’oggetto di questo post. La notizia in oggetto mi è servita come spunto di riflessione sull’uso della chitarra da parte di Sumner all’interno del contesto estetico creato dai Joy Division e di come essa abbia contribuito a forgiare un suono estremamente caratteristico e distintivo. Io ritengo che il successo e, sopratutto, la grande aurea che circonda come un alone diffuso la figura dei Joy Division sia dovuta non tanto a una fortunata combinazione di incontri quanto a delle precise, e coraggiose, scelte estetiche innovative sviluppate dai componenti della band e dal loro produttore, Martin Hannett.

Da questo punto di vista la chitarra di Sumner non è mai stata molto messa in risalto, spesso facendo la figura della cenerentola all’interno dell’economia musicale della band. Le ragioni sono molteplici e tutte valide: l’incredibile presenza scenica e l’oscuro carisma di Ian Curtis, a cui si è appellata una revisione prettamente visiva della band; il basso di Peter Hook, il cui stile sarebbe diventato uno dei più riconoscibili della storia del pop; il sound aggressivo ma di precisione glaciale e chirurgica della batteria di Stephen Morris, la cui tecnica e versatilità fecero acquistare alla band propulsione e dinamismo; l’asettica perfezione della produzione di Martin Hannett, in grado di dotare il suono della band di una vertigine spaziale impossibile da produrre dal vivo, ad esempio in Transmission, dove il basso venne elaborato stratificando più tracce, mentre la chitarra, al contrario, venne relegata in secondo piano monodimensionale.

In particolare il ruolo di Hannett si sarebbe dimostrato cruciale per la creazione di questa aurea estetica, utilizzando i Joy Division come tavolozza per i propri esperimenti, costruendo dischi in cui la mano del produttore sarebbe stata importante quanto quella dei musicisti, riuscendo a creare quella perfezione glaciale e quel senso di spazio che avrebbero costituito sia un punto di ritorno per lo studio di registrazione sia la vera “immagine”, il vero punto di riferimento estetico per una band che rifuggeva volentieri da ogni riferimento fotografico e visivo, sia per i suoi membri che per le cover dei suoi dischi.

Da questo punto di vista la chitarra di Sumner è stata sempre vista in secondo piano, dimenticata all’interno dell’economia stilistica della band. Questo non significa che il suo ruolo sia stato meno importante e che non abbia contribuito in modo significativo a quel suono, diventato ormai così iconico. Sumner sfoderava pattern ritmici dotati di quella durezza artificiale propria della musica industriale, dotando la band di nervosi e minimali spasmi chitarristici, che integravano e innervavano le tessiture spaziali delle loro musiche. Lo faceva con algida sicurezza e con la sfrontatezza punk di chi aveva deciso di rinunciare completamente al modello stilistico del chitarrista rock, rinunciando a un ruolo di front man, rinunciando agli assoli che lo avrebbero messo in risalto sotto alle luci bianche dei proiettori, definendo un nuovo criterio estetico lontano sia dal rock, lontano dal blues e dal virtuosismo tipico del progressive.

Se il suono dei Joy Division deve la sua fama in buona parte ai motivi di cui ho parlato prima non dimentichiamoci che, senza i pur semplici riff di chitarra di Bernard Sumner (vedi per esempio brani come “Shadowplay”), i Joy Division non sarebbero stati gli stessi. Certo Sumner non era un virtuoso e non lo è tuttora, ma nella sua semplicità minimalista ha creato un suono caratteristico che spesso viene tuttora imitato e che è preso come punto di riferimento da molti chitarristi.

A tal proposito ho trovato su https://www.accordo.it/article/viewPub/69738 un ottimo articolo che illustra nel dettaglio come Sumner fosse arrivato a elaborare quel suo suono così particolare. L’autore del post ( lo username oneshot83 ) indica nel dettaglio il suo setup tipico durante il periodo Joy Division:

– Shergold Masquerader Custom con pickup Di Marzio Super Distorsion al ponte e un PAF al manico (inutilizzato)
– Melos Echo/Delay Unit
– Chorus/Flanger (il nome del modello è sconosciuto)
– MXR 10 bande equalizzatore
– Altair PW-5 Power Attenuator
– Amplificatore VOX UL730 HEAD with 2X12 Cabinet.

Dando poi inoltre utili consigli su come, oggi,replicare, quel suono utilizzando una strumentazione oggi facilmente accessibile. Le chitarre Shergold ( https://www.shergoldguitars.com/ ) sono state per molto tempo fuori mercato, diventando iconiche proprio in quanto rappresentative di quel momento post punk e solo negli ultimi anni, con una nuova gestione hanno ripreso una produzione di buona qualità.

Una strumentazione molto essenziale, lontana dai torrenti di effetti e pedaliere a cui siamo abituati oggi. Prima ho detto una inesattezza. Ho scritto di come Sumner avesse voluto allontanarsi da uno stile blues: questo non è del tutto esatto. Sumner è lontano stilisticamente dal blues, in particolar modo da come gli inglesi avevano reinterpretato il blues in precedenza, ma la sua chitarra esprime un sentimento blues che è parte della desolazione sociale e urbana che all’epoca circondava la band. La disoccupazione, le scelte economiche liberiste dei governi di Margaret Thatcher, l’epoca post industriale avevano lasciato Manchester in uno stato di profonda depressione economica,politica e sociale. Perfetto brodo di coltura per una desolazione dove far attecchire sotto culture basate sull’abuso di droghe, psicofarmaci e un nichilismo sociale strisciante. Cosa di meglio di una chitarra elettrica tagliente come un rasoio per accompagnare e integrare un lamento impressionista così spoglio, crudo e agghiacciante? Una chitarra che ritrova il suo spazio dal vivo.

Lontano dallo studio di Martin Hannett, lontano da quella tecnologia impossibile da replicare dal vivo, la chitarra di Sumner torna a prendersi i suoi spazi dal vivo, sempre con quel suono così essenziale e minimale. Questa voragine, questo divario, coperto da una potenza scenica incredibile è particolarmente evidente nel cd live alla University of London Union (8 February 1980), che accompagna la ristampa di “Closer” del 2007.

La differenza il suono live e i dischi in studio è abissale. Forse a causa della non eccezionale qualità di registrazione la chitarra di Sumner è in primo piano, a fianco della voce di Curtis. La aiuta, la supporta, la regge. Trasforma la band in un vortice, in un assalto sonoro, riprendendosi proprio quegli spazi che in studio le erano stati negati. In questo senso Sumner è stato davvero un innovatore. Uno sperimentatore lontano dalla figura del guitar hero, ma al servizio di una band, che ha avuto l’intuizione per un nuovo suono che nel tempo a sua volta è diventato una nuova icona. Un’icona che ha saputo trovare il suo posto proprio in quella storia della musica popolare, di cui sembrava non volerne farne parte.

Per la cronaca, la chitarra di Jan Curtis è poi stata venduta per £ 162,562 (€ 179,043) premio d’asta incluso.

https://www.bonhams.com/auctions/25996/lot/138/#/!