Effetti del Covid-19. L’accelerazione della creatività su Bancamp su #neuguitars #blog

Dear friends

Covid-19 is dangerously impacting the social-economic category of musicians. No concerts, poor political and social consideration, uncertain earnings. As a consequence, an ever-growing number of musicians, especially those from the experimental area, are trying to promote their music on BandCamp in digital format only. It is increasingly difficult for me to follow and review this incredible flow of music. I therefore decided to open this section on my blog Neuguitars where I propose music in digital format that I consider particularly interesting and worthy of attention. I hope you like it. Let’s support musicians. They need it.

Andrea Aguzzi

Chiudo questo triste 2020, anno che cercherò di dimenticare il prima possibile, con alcuni pensieri relativi a quella che chiamerò “New Experimental Guitars”, una nuova frizzante scena per la musica per chitarra sperimentale, contemporanea e di avanguardia. Chi scrive idolatra le chitarre come armi del rumore, della creatività e dello spirito di frontiera. Il mio ascolto è sempre stato mosso dal desiderio di scoprire le potenzialità sonore più radicali e futuristiche delle ultime tendenze creative, dal desiderio di scoprire come la macchina chitarra potesse ogni volta essere reinventata, sia attraverso processi logici, che attraverso un suo uso stilisticamente e tecnicamente scorretto. Il mio blog Neuguitars nasce esso stesso come un diario, un percorso, un filo di Arianna attraverso cui sondare i limiti della musica nel senso convenzionale del termine.

Il 30 aprile 2020, ho iniziato una nuova serie di articoli sul mio blog, tutti dedicati alla musica che appariva sempre più di frequente su Bancamp. Tutti i post riportavano e riportano tuttora la frase che campeggia all’inizio di questo articolo. A muovermi inizialmente era il desiderio di cercare di portare un aiuto ai musicisti di cui amavo la musica e che vedevo in seria difficoltà economica a seguito dell’epidemia di Covi-19: senza poter suonare in pubblico, ignorati da una opinione pubblica di massa assuefatta all’ascolto di sottofondo gratuito su Spotify e privi di un qualsiasi supporto politico. Nel corso di questo funesto 2020 tutti i miei chitarristi preferiti si sono trasferiti sulla piattaforma Bancamp alla ricerca di una canale distributivo alternativo che garantisse loro visibilità e qualche introito economico. Il risultato è stato un’esplosione musicale a cui non potevo rimanere indifferente e che ho cercato a mia volta di promuovere e documentare.

Cos’è Bandcamp? È un servizio che vende la musica, (in un’epoca in cui ascoltiamo tutto in streaming), e che distribuisce agli autori una quota più alta di ricavi: per le nicchi musicali, come quella che seguo io, è stato un successo. Bandcamp esiste dal 2008 e ha sede a Oakland, sulla baia di San Francisco, ma è una società che funziona su principi molto diversi rispetto alla più grande società digitale nel settore della musica, Spotify. Spotify è estesamente criticata per il compenso riservato agli artisti, che consente veri guadagni soltanto a chi fa grossi numeri. Per ogni riproduzione, la piattaforma svedese dà meno di un centesimo all’artista: la cifra precisa cambia a seconda del caso, ma spesso si considera come media quella di 0,0038 dollari per singolo ascolto. Il sito della rete di radio pubbliche NPR ha calcolato che per guadagnare uno stipendio medio di 15 dollari all’ora, per un totale mensile di 2.500 dollari, un artista debba fare 657,895 riproduzioni.

ran parte del successo di Bandcamp dipende proprio dal modello alternativo ai servizi di streaming, accusati di riservare percentuali troppo basse agli artisti, cambiando in peggio il funzionamento dell’industria discografica. In pratica su Bandcamp non si ascolta la musica in streaming. O meglio, lo si può anche fare, ma è una funzione secondaria. Chiunque può caricare la propria musica sul sito, decidere un prezzo e venderla in formato digitale o fisico (dai vinili alle cassette), insieme al proprio mercandhise ufficiale. Bandcamp trattiene il 15 per cento sul prezzo di vendita, che diventa il 10 per cento sopra una certa soglia, senza contare il fatto che, ogni tanto, elimina la quota trattenuta sulle vendite per un giorno, lasciandola agli artisti. La musica si può comprare in vari formati, compresi quelli che garantiscono una maggiore qualità, e c’è anche la possibilità per gli utenti di pagare più di quanto chiesto, per sostenere una band. Sostanzialmente Bandcamp è quanto di più simile a un negozio di dischi, e propone una nicchia in cui le cose funzionano più o meno come trent’anni fa. Insomma Bandcamp, come il mio blog, punta sull’idea di possedere la musica che si ascolta, sulla complicità tra l’ascoltatore e la band e su un certo senso di appartenenza a un progetto che distribuisce i soldi in maniera considerata da molti più equa. Vi sembra poco di questi tempi? La necessità di una sopravvivenza economica ha spinto quindi quegli artisti, lontani da una qualsiasi idea di mainstream musicale, a portarsi su questa piattaforma, facendola rapidamente diventare il centro del loro modello distributivo di nicchia.

E non solo. Il lockdown forzato ha spinto tutti a concentrare le proprie energie e il proprio tempo portando avanti progetti temporaneamente sospesi a causa dell’attività live e/o a produrre nuovo materiale da produrre e vendere. La cooperazione è inoltre un potente motore di crescita e quindi via a tutte le possibili interazioni tra artisti ottenibili stando a casa, nel proprio studio, sfruttando al meglio le possibilità offerte da internet. Il risultato è stata una vera e propria cornucopia musicale: non sono solo apparse una tonnellata di nuove produzionie dischi, ma tanti artisti ne hanno approfittato per rendere finalmente disponibile, in formato digitale e/o fisico, l’intera loro discografia, permettendo l’ascolto e l’acquisto di gemme finora rintracciabili sono su Ebay o Discogs.

E non solo. Tutti questi artisti hanno la possibilità di ascoltarsi e interagire tra di loro su una base economica più equa e solidale, lontani dal modello neoliberista di Spotify: ho la sensazione che su Bandcamp si stia creando una sorta di “digital scenius”. Il concetto di “scenius” è stato ideato nel 2016 da Sua Intelligenza Brian Eno.

Secondo Eno le vecchie idee romantiche dell’autore come individuo autonomo e dotato di una creatività infinita, sono, appunto, iper-romantiche e superate. L’epoca in cui viviamo è viceversa testimone della necessità di una nozione di creatività più impersonale, influenzata dalla teoria cibernetica e dalla sociologia, dai sistemi auto-organizzanti dotati di sistemi di feedback retroattivi. Nella musica penso che una composizione, un brano deva funzionare su molti livelli differenti. Deve essere qualcosa che che possa essere avvicinata al livello, più immediato, più semplice e poi oltre questo livello evidente dovrebbero esserci dei livelli più sottili, complessi. La musica sperimentale, d’avanguardia e contemporanea oggi ha saputo ormai crearsi un suo linguaggio, in parte derivato dal vecchio, in parte nuovo. Un fenomeno che ha origini molto profonde, non solo musicali ma anche politiche e sociali. Al giorno d’oggi esiste un pluralismo musicale e il mio piacere e dovere è quello di navigare tra questi linguaggi cercando il filo che li tiene assieme. Bandcamp è un ottimo terreno per la nascita di una nuova sottocultura dedicata alla chitarra che travalichi i limiti fisici dei confini nazionali. Personalmente non concepisco la storia in maniera deterministica, come una serie di fatti che avvengono perché c’è stata una causa che ha prodotto determinati effetti. Nella musica non c’è quella linearità di sviluppo che permette alla scienza (una visione molto leggera di scienza) di fare previsioni sulla base di esperienze e di dati acquisiti. Come ogni forma di creatività le musiche che esploro ogni giorno su questa piattaforma sono più di un semplice fatto individuale. La creazione ha bisogno di dialogo, di interlocutori e quella musicale ha bisogno anche di interpreti nel senso più concreto del termine. Ma gli interpreti non si inventano, come non si inventa il pubblico: sono parte di un processo culturale e evolutivo che implica un dialogo, non sempre pacifico. Il compositore, l’interprete e l’ascoltatore non appartengono a categorie socio-culturali differenti. Tutti e tre producono cultura. L’esplosione artistica che sta fiorendo su Bandcamp è dimostrazione di come linguaggi non si inventano: si formano e si trasformano, sotto ogni sorta di influenze, anche estranee alla musica. L’arte non è sorda alla storia. Il mondo civile, checche ne pensino i catastrovisti e i negazionisti di varia natura e nonostante tutte le sue crisi, si trasforma e cambia come un corpo vivo: elabora simboli, linguaggi viventi e oggetti della sua esistenza. L’artista è il primo ad esserne immerso e crea non solo per se stesso, ma anche per il suo mondo civile, per le sue luci e per le sue ombre. La musica di oggi non è fatta solo con le note. Queste nuove musicali che documento ogni giorno sul mio blog sono innanzitutto una testimonianza , un’evidenza e non solo uno stato d’animo da percepire, né uno schema da analizzare con scrupolo filologico.

Il rischio? Questa iperattività febbrile può rendere l’identità artistica al contempo vuota(alla mercé di flussi di influenze impetuosi e disparati) e onnipotente (capace di modellare il suono e mescolare gli stili a piacimento). Chi ha accesso a tante risorse e le può manipolare così in fondo tende a una certa grandiosità. In una visione artistica apocalittica è possibile che la combinazione di chitarre (macchina primaria), computer (flessibilità infinita) e internet (risorse infinite di materia prima e ispirazione) provochi una sorta di paralisi artistica: la fusione che degenera in con-fusione, un collage-mosaico caleidoscopico fuori controllo. Senza contare il fatto che parecchia musica di oggi vive al confine tra collezionismo, retro-mania e accumulo. Un ammasso di tutto ciò che attira la nostra attenzione senza commenti e guide.

Certo sono decenni, se non secoli che ci si preoccupa del sovraccarico di informazioni. Nei suoi Passages Walter Benjamin ironizzava su come già nell’ottocento ci si lamentasse dell’uscita giornaliera di un quotidiano: come avrebbe fatto la gente ad assimilare tutta questa informazione? A queste forme di angoscia informativa i Police rispondevano cantando:

Too much information running through my brain
Too much information driving me insane
Too much information running through my brain
Too much information driving me insane

Personalmente, nel mio libro “John Zorn Book Of Heads” ho parlato della capacità postmoderna del cut and paste Zorniano di accumulare, editare, comporre, improvvisare un gomi musicale e culturale in grado di superare i limiti della propria capacità creativa. Sono quindi preoccupato da questo massimalismo creativo, da questa pornucopia di beatitudine musicale ad accesso immediato che si traduce facilmente anche in una crescita di cd e LP a tiratura limitatissima per la mia collezione/archivio? Assolutamente no. La musica che ascolto è uno schermo, ma sono i chitarristi a fare il film.