Conceptual guitar, il virtuosismo elettrico di Sergio Sorrentino su #neuguitars #blog

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La chitarra elettrica, strumento popular per eccellenza, sinonimo di ribellione e energia rock giovanile, ha da tempo iniziato un nuovo percorso evolutivo all’interno della musica contemporanea. Nulla di male, anzi, ben vengano lo sviluppo di nuove possibilità e di nuovi percorsi.Quello che però mi domando , e che mi lascia a volte perplesso, è come uno strumento dal linguaggio così idiomatico (legato principalmente al rock, nelle sue varie sfumature dal rockabilly all’heavy metal, e al jazz, anche qui un genere decisamente ampio che va dalle innovazioni di Charlie Christian alla libera improvvisazione di Derek Bailey, passando per Wes Montgomery) e dal suono legato nel nascere a una produzione di tipo industriale-fordista e nella sua applicazione alla complessa catena strumento-amplificatore-effetti, possa essere efficacemente gestito da compositori di matrice accademica-classica. Quando un compositore pensa un brano per chitarra elettrica ha in mente tutti questi elementi? Provo a semplificare e sintetizzare questi pensieri con un esempio concreto: le due chitarre elettriche più famose, la Fender Stratocaster e la Gibson Les Paul, hanno caratteristiche tecniche completamente apposte già a partire dalla tipologia dei legni impiegati, la leva del vibrato assente nella Les Paul, il tipo di pick up impiegato. Queste differenze tecniche, esaltate dai vari guitar heroes, hanno contribuito a imporre sostanziali differenze stilistiche all’interno non solo dei vari generi musicali, ma nell’esecuzione stessa dei vari brani e nelle tecniche esecutive adottate. Questo ovviamente nell’ambito della musica popular, ma come questo impatta di fronte a uno spartito di musica contemporanea? Il compositore richiede nello specifico l’esecuzione con un particolare strumento con determinati requisiti? Il suono cambia a seconda del tipo di pedale che si usa… un distorsore della Boss suona in maniera diversa da un Ibanez Tube Screaming, un amplificatore Fender Twin Reverb non suona come Marshall, etc.. sono tutti dettagli che impattano significativamente nella catena del suono (rumore) e, soprattutto, nel risultato finale. E’ una mia personale ossessione che mi affascina e che torna a stuzzicarmi con l’ascolto di questo nuovo disco, “Electric”, per sola chitarra elettrica di Sergio Sorrentino. Sorrentino è un musicista davvero innovativo. Questo suo ultimo lavoro è il terzo, realizzato in cinque anni, per sola chitarra elettrica. Una produzione così abbondante da suscitare la necessita di una analisi più approfondita di quella di una semplice recensione musicale.

Questa intensa attività ha inizia nel 2015 con il cd “Music from a parallel word vol 4 New music for electric guitar”, prodotto dalla casa discografica indipendente italiana M.A.P. Edition.

http://www.mapeditions.com/classics-cd/3079-2

In questo disco troviamo dei linguaggi distanti da quello che la produzione popular ci ha normalmente abituato: il rock e il pop vengono usati più come colore e come citazione nel “Rocking Up” di Stefano Taglietti, definito dallo stesso autore “un ponte verso l’espressività, verso il virtuosismo solitistico” e in “A Due” di Bruno Canino (l’autore parla di una possibile indicazione stradale, ma potrebbe essere anche una mossa degli scacchi), brano che unisce chitarra elettrica e pianoforte (connubio già sperimentato con successo nel jazz) dove vengono citati i Beatles di Michelle. Alfredo Franco prende ispirazioni dalle celebri e crude incisioni di Goya nel suo “Los Disastres de la guerra”, mentre Mauro Montalbetti preferisce trasferire le inquietudini di un “Lunar Lanscape” in una visione elettrica melodica e contemplativa. Il “De Nocturno Visu” di Azio Corghi è una trascrizione elettrica del brano Nocturnus Visus per clarinetto solo del 1999, definito dallo stesso compositore “un pauroso sogno notturno, si alternano andamenti cullanti di ninne nanne in cui la componente erotica viene ‘interferita’ dalle apparizioni della morte.” Il cd si conclude con quello che considero essere il brano più cinematico: “Monstrous ships” di Fabrizio De Rossi Re, una visione surround del cimitero delle navi a Port-Etienne in Mauritania: qui sì la chitarra di Sorrentino riesce a cantare un blues, il blues dell’abbandono, della ruggine, della lenta corruzione di questi giganti metallici, il cui metallo si disfa nel mare circondati dalle sirene elettriche che cantano con le corde di Blackie.

Un altro dei motivi di interesse nei confronti di Sorrentino, rispetto ad altri interpreti, è la scelta del suo strumento. Sergio ha, infatti, optato per uno strumento dalle caratteristiche decisamente peculiari: la Blackie di Eric Clapton. Ora. Pensare a uno strumento meno adatto alla musica contemporanea della chitarra di uno delle divinità del blues è davvero difficile, le sue caratteristiche tecniche (Clapton non ha usa certo la leva del vibrato scegliendo di bloccare il ponte basculante della Fender con un blocchetto di legno) non la pongono tra gli strumenti più adottati dagli interpreti della musica contemporanea che di solito scelgono chitarre elettriche stilisticamente più versatili, meno iconiche e dalle timbriche e dalle caratteristiche meno personali e definite. Un amore, quello di Sorrentino per Clapton, che lo ha spinto sempre nel 2015 a dedicare un intero disco di composizioni personali al maestro del blues: “Happy Birthday Mr. Clapton!”

Un atteggiamento che ricalca quello dei musicisti jazz, blues e rock, generi dove simili atti di devozione e di rispetto nei confronti dei propri “numi tutelari” sono nella norma. Personalmente ho scelto di inquadrare Sorrentino all’interno di un genere particolare di nicchia che ho voluto chiamare “conceptual guitar”.

I progetti concettuali, come quelli di Sorrentino e di altri suoi colleghi chitarristi, permettono agli artisti di competere in un’economia dell’attenzione ormai satura , riflettendo al contempo il loro entusiasmo per una vasta gamma di idee. Conoscitori della lingua franca delle istituzioni d’arte e degli ambienti accademici di tutto il mondo,gli artisti come Sorrentino sono abili curatori di se stessi, capaci di presentare dei progetti più facilmente traducibili in proposte e meglio visibili sullo scenario culturale mondiale. Il che è un vantaggio dato che vivere con le vendite dei propri dischi è ormai diventato impossibile, mentre è diventato indispensabile (questo in epoca pre-Covid 19) portare le proprie esibizioni in un circuito il più ampio possibile di festival di musica sperimentale e di concerti sovvenzionati da musei, università e fondazioni.

Un ottimo esempio di questa capacità di muoversi in modo mediatica-mente più ricco di quello dei suoi colleghi rimasti ancorati al modello di concertista da Conservatorio, è l’ottimo lavoro uscito nel 2018 per la Mode Records: “Dream”.

Sorrentino per questo cd sembra essersi orientato su un repertorio di natura prevalentemente statunitense e anglosassone, i compositori qui coinvolti sono: John Cage con una superba interpretazione del suo Dream, David Lang con Warmth for 2 electric guitars, Jack Vess con Alpha Aloha, Eliott Sharp con Mare Undarum, Alvin Curran con Rose of a Beans, Morton Feldman con il suo pezzo più atteso, la ricostruzione del suo brano The Possibility of a New York for Electric Guitar, ricostruito dopo tanti anni dalla sua scomparsa da Seth Josel (altro eccellente esponente della “conceptual guitar”, Christian Wolff con Going West, Larry Polansky con An Unhappy Set of Coincidences, Van Stiefel con Urutora-man e sempre Christian Wolff con la sua versione del brano di Morton Feldman.

Si tratta di un repertorio un po’ al di fuori di quelli che sono i percorsi “classici” della chitarra elettrica, a favore di scelte meno conosciute: su 10 brani ben sette sono infatti “first recording”, mettendoci quindi a disposizioni dei brani mai ascoltati prima. Si tratta, ripeto, di un lavoro davvero notevole: rispetto al precedente cd del 2015, Sorrentino mostra una ormai consumata e elevata abilità artistica unita a una sicura maturità musicale. Il che fa in modo che questo disco non suoni come una compilation, come un semplice insieme di brani, ma presenta un suo senso organico, una filiera sonora comune, una sorta di panorama musicale ben definito. Personalmente apprezzo molto questo aspetto artistico, mi piace quando un interprete crea un suo percorso, un suo mondo musicale fatto dalle connessioni che si possono ricavare dall’ascolto dei brani che lui propone e che mostra al suo pubblico.

Quello della creazione di mondi musicali, l’abilità nel dipingere uno scenario sonico molto diverso dalla solita lista di brani presentati nel corso di un recital “classico” è un’altra caratteristica degli esponenti della “conceptual guitar”. Fondere suono e visione, idee e emozioni, è un’aspirazione che ha origini lontane, dagli happening psichedelici londinesi fine anni’60, alle esperienze del gruppo Fluxus, alle visioni wagneriane dell’Ottocento. Rispetto però ad altre scene “underground”, di nicchia, la “conceptual guitar” mostra una maggior consapevolezza nell’uso dei mezzi culturali. Da un lato evoca una certa opposizione alla grande industria musicale e ai valori musicali mainstream, dall’altro riflette la maggiore consapevolezza autoriflessiva e il livello di istruzione dei suoi componenti. Inoltre, il maggior desiderio di una politica identitaria da parte del pubblico, espresso in questi ultimi anni sui social media, ha introdotto un nuovo livello verbale ed espressivo, favorendo nuove forme di comunicazione rispetto a quelle tradizionalmente assegnate al mondo della musica classica.

L’ultima fatica di Sorrentino, questo “Electric” uscito nel 2020 inizia con un brano composto dallo stesso Sorrentino, “Electric Prelude”, un omaggio alla musica Ambient di Eno, Fripp, capostipiti della “conceptual guitar”, seguito da una composizione che potrebbe essere felicemente indicato come il suo manifesto culturale: il capolavoro di Steve Reich “Electric Counterpoint”, originariamente scritto per Pat Metheny.

Composto all’inizio degli ani ’80 questo brano si è ormai imposto come quello più felicemente eseguito e registrato, ormai presente in una grande varietà di versioni. Il compositore newyorkese John King, con il quale Sorrentino ha collaborato in concerto e pubblicato un album, è l’autore di White Buffalo Calf Woman Blues, brano dai chiari riferimenti all’improvvisazione blues.

Il brano successivo è “Glitch” di Rick Romano, il cui titolo già rimanda all’omonino genere musicale elettronico e alla musica del primo Fennesz, Cage è presente con l’ossimoro “Composed Improvisation” e Leo Brower con la dolcezza melodica, forse non proprio al suo giusto posto di “Paisaje cubano con Lluvia”. Altri brani presenti “Projection for Electric guitar -arrogance of the dead” di Joji Yuasa, “Spire VI” di Cesare Saldicco. La versione digitale presenta anche altri due brani “Chase” di Ayal Adler e “Can’t think without light” di Som Bouffard.

Quali sono i limiti di questa forma di virtuosismo chitarristico così concettuale? Sotto certi aspetti condivide alcuni dei problemi che affliggevano sia il post-punk che il post-rock: a tratti da l’impressione di salire in cattedra. Con questa musica si ripresenta l’annoso dubbio sull’efficacia di predicare ai convertiti, evidenziando la discrepanza tra una politica cultura anti-elitaria di sinistra e le realtà materiali della “conceptual guitar” in quanto economia culturale e fascia demografica. La “conceptual guitar” non è ne cultura di massa ne underground, non rappresenta neanche una nuova sorta di opposizione autonomia al mainstream. In compenso sembra essere molto collegata a sovvenzioni e istituzioni, una nuova forma di avanguardia che si è adattata al nuovo ambiente, adottandone procedure e punti di riferimento e assorbendo alcuni aspetti negativi dell’arte didattica. Il ruolo dell’ascoltatore è in gran parte limitato alla ricezione del messaggio espresso dall’artista. Una trasmissione quasi mono direzionale. La “conceptual guitar” in realtà è più un affascinante cibo per la mente che una forma di liberazione vera e propria, è raro che offra un senso di sfogo o di abbandono, tipi del rock. Però offre anche notevoli spunti di riflessione, ad esempio sul complesso dualismo tra l’interprete e il compositore. Le difficoltà connesse nel gioco dell’interpretazione infatti possono anche funzionare come forme di liberazione della musica stessa, un ruolo che in altri generi musicali viene sostenuto dall’errore tecnologico, l’espressione di nuovi punti vista ontologici, una sorta di liberazione dall’uso estensivo della tecnologia che riguarda le interazioni tra interprete, chitarra, amplificazione, pedali e effetti.

Sorrentino rappresenta, all’interno di questo modello, una nuova forma di virtuoso, a suo agio in una società dove forme di comunicazione e di consumo di massa non possono più essere ignorate, né tanto meno lette e gestite secondo i canoni estetici delle avanguardie classiche. Questa sua intensa attività, che non ha conosciuto soste durante il Covid-19, anzi è andata accelerandosi, come dimostrano le nuove uscite su Bandcamp nel suo canale, dimostrando un attivismo più simile a quello di altri contesti popular, tipo il rock indipendente e la musica dance.

Non a caso di recente ha pubblicato un video dove suona “Orphée & The Princesse” composta da Philip Glass nel1993, per l’opera Orphée basata su un film del 1950 di Jean Cocteaus, a dimostrazione di un interesse ampio 360 gradi verso ogni forma musicale. Da parte mia il mio invito a continuare su questa strada che si sta dimostrando innovativa e ricca di soddisfazioni!