“Until It Blazes” post-minimalismo e riverberi ambient nelle chitarre di Eve Beglarian su #neuguitars #blog

Until It Blazes” post-minimalismo e riverberi ambient nelle chitarre di Eve Beglarian su #neuguitars #blog

Photo Credit: JW Photography

eve beglarian: evbvd music

“I like John Cage’s definition of experimental music: music about which the outcome is unforeseen, or something like that. I am not interested in writing music if I know how it’s going to turn out before I start writing. That’s work to me. When I start making a piece, I don’t know how it’s going out, but the piece isn’t finished until it’s turned out somehow. So the work doesn’t necessarily reflect the uncertainty and confusion and risk-taking that I went through to make it. If I’ve made the piece well, then the result of my experimental process rather than an illustration of it.”

Eve Beglarian, Arcana VI, pag. 18-22

La compositrice statunitense Eve Beglarian rappresenta una figura complessa all’interno della musica contemporanea e dalla non facile collocazione stilistica. Persona dalle dalle molteplici attività, compositrice, esecutrice, performer e produttrice editoriale/audio, secondo il New York Times”has built a career translating other people’s obsessions into music.1” I suoi lavori comprendono autonome composizioni da concerto, dall’orchestra al brano per strumento solista, spesso in combinazione con nastri o elettronica, ma anche performance o teatro musicale. Il suo stile compositivo é profondamente radicato nella scuola americana e, come per John Cage nei confronti del ballerino Merce Cunningham, é spesso al servizio di collaborazioni extramusicali come quelle con scenografi, ballerini ed artisti multimediali.

Proprio da una di queste collaborazioni é nata la versione concertistica del brano “Until it blazes”, accompagnata da un video dell’artista newyorkese Cory Arcangel. Ispirato ad un passaggio del vangelo apocrifo di Tommaso, il brano lascia all’interprete molta libertà in quanto non ha né una desti-nazione strumentale specifica, né una durata fissa, dovendo però rientrare in un minutaggio compreso tra i 6 ed i 20 minuti.

Nel suo sito internet così la compositrice parla, in termini tecnici, del suo brano.

“Until It Blazes is an amplified solo piece for piano, guitar or other plucked string instrument, harp, marimba, or vibes. The piece requires a stereo multi-tap digital delay for processing, and some kind of distortion processing for the ending. You can also perform the piece using a MIDI keyboard or mallet controller. (If you’re using a MIDI instrument, you can implement the delay in MIDI, if it’s easier to do that than to use an audio delay.) The piece’s duration is variable: I imagine it could work at any duration between six and twenty minutes. I have made a twelve minute version, but it is only one possible version of the piece: please don’t regard it as definitive. The overall idea of the piece is to set up various repeating patterns and then gradually group the notes so that new melodies grow out of the accents. For example, when you are playing a three-note pattern, if you accent every fourth event, you will get one melody; if you accent every fifth event, you will get a different melody. There are six patterns in Until It Blazes, each an outgrowth of the previous pattern. In each case, you will first want to establish the pattern very softly with no accents at all, and then very gradually begin to stress a grouping that creates a slower melody arcing across the pattern. This accenting happens gradually during a slow overall crescendo, reaches some high point, and then the accenting recedes as you diminuendo. The length of the piece will vary depending on how slowly you want the cross-melodies to build and recede. The most interesting place is where you can hear both the pattern and the melody that cuts across it. Prior to beginning to play the piece, you can say the words: “I have cast fire upon the world, and watch, I am guarding it until it blazes.” This line is attributed to Jesus in the gnostic Gospel of Thomas.”2

“I like John Cage’s definition of experimental music: music about which the outcome is unforeseen, or something like that. I am not interested in writing music if I know how it’s going to turn out before I start writing. That’s work to me. When I start making a piece, I don’t know how it’s going out, but the piece isn’t finished until it’s turned out somehow. So the work doesn’t necessarily reflect the uncertainty and confusion and risk-taking that I went through to make it. If I’ve made the piece well, then the result of my experimental process rather than an illustration of it.”

Eve Beglarian, Arcana VI, pag. 18-22

“Until It Blazes” sembra avere alcune delle caratteristiche proprie di un’opera aperta, non solo è stato scritto per essere eseguibile da qualsiasi strumento melodico la cui caratteristica timbrica comprenda un attacco acuto seguito da un decadimento costante, come appunto il pianoforte, l’arpa o la marimba, ma la Beglarian fa un uso del delay volto non a creare una linea contrappuntistica separata, ma a creare uno spazio sonoro in cui l’effetto di ritardo promuove un senso di profondità ambientale e un senso più sottile di sincope. Questo effetto è ottenuto in parte perché gli echi creati dagli effetti collegati agli strumenti sono significativamente più “morbidi” rispetto a una esatta, meccanica ripetizione sonora. Per darvi un’idea del contributo del delay apportato alla composizione, si tenga presente che i primi quaranta secondi circa dell’opera vengono eseguiti come un impulso costante. Inoltre, i ritardi apportati dal delay non impongono troppo senso ritmico sulla superficie musical, in modo da non interferire con lo sviluppo ritmico della principale cellula musicale. In “Until It Blazes” il risultato finale non è unicamente determinato dalle scelte operate dal compositore: spetta all’esecutore determinare i modelli di accento che produrranno le melodie incrociate, rendendo così ogni esecuzione e registrazione non solo una versione unica dell’opera, ma definendo il risultato finale come una collaborazione tra esecutore e compositore. Compositore e interprete si trovano a dover fare delle scelte concrete, scegliendo in una costellazione di suoni da relazionare in modi molteplici. Le loro scelte rompono l’ordine banale della probabilità tonale e istituiscono un certo disordine che, rispetto all’ordine di partenza della musica classica, è altissimo. L’introduzione di questi nuovi moduli di organizzazione, diversi e opposti ai vecchi, provocano una vasta disponibilità di messaggi, quindi una grande informazione, permettendo l’organizzazione di nuovi tipi di discorso, quindi di nuovi significati. Per dirla come Umberto Eco in “Opera Aperta”, anche qui abbiamo una poetica che si propone la disponibilità dell’informazione, e fa di questa disponibilità un metodo di costruzione, una forma di narrazione.

“My pieces often tell stories, and sometimes I get irritated, because like to write something that goes one way, but I can’t do it because it to go another way. So I can’t do what I feel like doing, I have to do the piece is telling me it needs to do. There are tensions that have to be resolved, and that’s where the story is. Actually, that’s what a story is. Underneath the facts and the plot and stuff we call story, the point of narrative is that there are tensions that need to be resolved.”

Eve Beglarian, Arcana VI, pag. 18-22

Il musicista italiano Sergio Sorrentino così parla del brano della Beglarian nel suo libro “La Chitarra Elettrica nelle Musica da Concerto”, a proposito del suo impiego della tecnologia:

“Questo dà vita a un gioco percettivo molto coinvolgente, nel quale i due canali eseguono ritmi precisi e complessi. Con il delay, si formano molteplici dimensioni, nelle quali vivono i pattern dislocati temporalmente su differenti millisecondi. Il primo pattern viene presentato dapprima in maniera asettica per poi svilupparlo dinamica-mente con un crescendo graduale e variandolo metricamente e posizionando gli accenti in punti diversi della frase. Ciò forma delle melodie sempre nuove, supportate dall’alone sonoro dello stereo delay e dai ritmi da esso generati. Il primo pattern si evolve in quelli successivi, caratterizzati semplicemente ogni volta dalla presenza di una nota in più. L’intervallo di sesta iniziale man mano viene riempito dalle note presenti al suo interno, fino a completare un’intera scala discendente dal do al mi. Ciascun pattern si evolve con il medesimo procedimento dinamico e di variazione metrica per poi tornare allo stato di quiete iniziale. Il pattern finale, dopo il consueto gioco metrico di accenti, si differenzia dagli altri per la presenza in “fade in” della distorsione. La distorsione viene aggiunta gradualmente al pattern fino all’esplosione finale, in crescendo, con la saturazione del suono. La distorsione finale simboleggia la fiamma della spiritualità.”

Sergio Sorrentino, La Chitarra Elettrica nelle Musica da Concerto, pag. 164-166

Se il valore estetico di un’opera si realizza secondo le leggi di organizzazione interne alle forme, la descrizione delle strutture e dei loro possibili effetti comunicativi stabilisce le condizioni di realizzazione di tale valore. Questo lascia aperto un discorso molto più ampio: in ogni cultura, in ogni momento storico i valori estetici acquistano un loro ordine, a volte acquistano una priorità oppure vengono accantonati di fronte di più urgenti richieste di azione e di impegno. Queste contingenze, in cui il valore estetico non viene messo in dubbio o negato come tale, decidono il successo di un’opera nel tempo.

“I think there are composers who think purely in music, and they may also end up with a set of tensions that get resolved as happens in sto-r. but they’re thinking directly about those musical elements, and I don’t start there. There are composers who are totally engaged with notes and rhythms as notes and rhythms. While I love using those tools—they are my tools, after all—they’re not what inspire me. For me, to write music is to investigate some set of issues that I’m struggling with as a human being, issues that I can only resolve by writing music. What I’m really trying to do is figure out how to live, and playing with notes and rhythms is how I’m working it out.”

Eve Beglarian, Arcana VI, pag. 18-22

Nel mio archivio discografico ho trovato quattro diverse interpretazioni di questo brano, ben tre delle quali firmate da chitarristi italiani. Emanuele Forni lo ha eseguito nel suo album “Ceci n’est pas une guitare”, uscito nel 2007 per la casa discografica italiana Stradivarius.

Nel 2008, nel suo album “The Stroke that Kills” (New World Records), Seth Josel lo eseguiva così:

Nel 2014 il chitarrista Italiano Giacomo Fiore lo proponeva nel suo LP autoprodotto “iv: american electric guitars”.

Ultima edizione, realizzata nel 2018, ad opera di Giacomo Baldelli nel suo album “Electric Creatures”.

“Until It Blazes” ha tutte le qualità per continuare ad attirare l’attenzione di tanti musicisti: è interessante da suonare, si presta a una interessante interazione con altri media, può essere eseguito con strumenti diversi e lascia aperte molte forme diverse di esecuzione. Sarei molto curioso di ascoltarne una versione per musica da camera, chissà… “Until It Blazes” è stato dedicato a Kathy Supové.

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