Cartografia, esotismo e luoghi immaginari in “Oceans of Milk and Treacle” di Mike Cooper su #neuguitars #blog #MikeCooper #conceptualguitar

Cartografia, esotismo e luoghi immaginari in “Oceans of Milk and Treacle” di Mike Cooper su #neuguitars #blog #MikeCooper #conceptualguitar

Mike Cooper | SLIDING AROUND THE WORLD (cooparia.com)

Oceans Of Milk And Treacle | Mike Cooper | mike cooper (bandcamp.com)

Ho incontrato Mike Cooper nel gennaio 2007, sulla rivista italiana Blowup Magazine, in un articolo di Daniela Cascella. Un lungo articolo-intervista dove la sua musica e le sue visioni artistiche venivano illustrate in una narrazione interessante e complessa. Ho cominciato a seguirlo da allora, comprando i suoi disco in ordine sparso. Il mio interesse nei suoi confronti nasce dalla chitarra, la chitarra acustica National Steel resophonic che accompagna Cooper sin dal 1958, protagonista e punto di partenza imprescindibile della sua vasta, eterogenea produzione musicale. Una chitarra suonata non soltanto in maniera ortodossa, ma soprattutto, come oggetto da far risuonare nei modi meno tradizionali. Esempio perfetto di questa poetica e modo di intendere lo strumento è il suo ultimo, eccellente cd “Oceans of Milk and Treacle”, uscito proprio all’inizio del 2022. Un album che rappresenta un momento perfetto sia per esplorare la sua musica, sia per ragionare in termini di narrazione, cartografia e…collage.

La musica di Cooper esprime sempre uno scarto, una sorta di scivolamento dagli schemi rigidi di genere, che riesce a creare un incanto percettivo da cui è difficile distogliersi proprio per il suo erratico vagabondare, per le soluzioni inattese eppure sempre efficaci che riesce a creare. Del resto oggi, ma credo sia così da sempre, le cose più interessanti in ambito sperimentale vengono proprio da quei personaggi capaci di segnare la propria musica con linguaggi non allineati, dando importanza primaria al proprio background di visioni, storie e suggestioni. Lontani da formule preconfezionate. In “Oceans of Milk and Treacle” possiamo notare quanto la musica e la cultura di area hawaiana e oceanica hanno un ruolo primario nell’obliquo comporsi della musica di Cooper.

“E’ stato lo studio della chitarra a portarmi a contatto con la cultura hawaiana. Avevo sempre creduto che la slide guitar fosse un’invenzione afroamericana ma scoprii che non è così: furono gli hawaiani a inventare quel modo di suonare. All’inizio del XX secolo molti musicisti hawaiani si trovavano in America, e fu da loro che i musicisti afroamericani presero spunto. Per quanto incredibile possa sembrare, è andata proprio così. Non ho mai trovato nessuna documentazione di strumenti slide africani, sono stati gli hawaiani a inventarne uno. Dopo questa scoperta ho iniziato a chiedermi quale fosse il suono tipico della musica hawaiana: l’unico che conoscevo era una sorta di lounge jazz sdolcinato che non mi interessava più di tanto. Quando invece risali nella storia, scoprii che negli anni ’20 e ’30 si era diffuso un tipo di jazz virtuosistico suonato come lo swing, musica molto complessa: ad esempio Sol Hoopie, una grande star hawaiana degli anni ’30, vendette moltissimi dischi in cui copiava, nota su nota, gli assoli di Bix Beiderbecke – ogni volta che quest’ultimo pubblicava un nuovo disco, dopo una settimana Sol Hoopie pubblicava la versione ‘hawaiana’ dello stesso. Da lì sono andato a ritroso a scoprire tutta la tradizione musicale di quella cultura. Ho scoperto ad esempio che, prima della chitarra slide, esisteva uno stile meraviglioso di fingerpicking – siamo attorno al 1850-60 – che era esattamente quello che facevamo noi negli anni ’60 con la chitarra acustica: esattamente lo stesso modo di accordare la chitarra, tra l’altro. In seguito mi resi conto che persone come Stephen Stills o Graham Nash avevano vissuto alle Hawaii negli anni ’60, scoprendo questo particolare stile di fingerpicking e appropriandosene: un’influenza chiaramente rintracciabile se si ascolta bene la loro musica.”

Daniela Cascella, Blowup Magazine, Gennaio 2007.

Lo stesso Cooper, nella sua pagina Bandcamp, definisce questo album come la colonna sonora di un film, altrimenti muto. Il titolo dell’album è preso in prestito dal libro di Fred Hardy “The Religious Culture of India – Power, Love and Wisdom”, considerato uno dei libri più importanti scritti sull’argomento. L’Enciclopedia Britannica così parla del Mare di Latte: “churning of the ocean of milk, in Hinduism, one of the central events in the ever-continuing struggle between the devas (gods) and the asuras (demons, or titans).The gods, who had become weakened as a result of a curse by the irascible sage Durvasas, invited the asuras to help them recover the elixir of immortality, the amrita, from the depths of the cosmic ocean. Mount Mandara—a spur of Mount Meru, the world axis—was torn out to use as a churning stick and was steadied at the bottom of the ocean by Vishnu in his avatar (incarnation) as the tortoise Kurma. The asuras held the head of the naga (half-human, half-cobra) Vasuki, who was procured for a churning rope, and the gods held his tail. When Vasuki’s head vomited forth poison that threatened to fall into the ocean and contaminate the amrita, the god Shiva took it and held it in his throat, a feat that turned his throat blue.”

Se ne può trovare un definizione più estesa di questo mito su wikipedia. Wittgenstein scriveva a proposito del “Ramo d’Oro” di Frazer come la fantasia umana non si potesse considerare come un’immagine dipinta o un modello plastico, ma una figurazione complessa composta di parti eterogenee: parole e immagini. Nel caso di Mike Cooper parlerei più di suoni e musiche articolate in mappe cognitive, sovrapposte tra loro come in un collage sonoro che rimanda a forme di sottrazione e addizione progressive. In “Oceans of Milk and Treacle” Mike Cooper (Electric Lap Steel Guitar. Acoustic Brazilian Viola Ciapira and Virtual Pedal Steel Guitar, Double Bass, Koto, Strings, Percussion and Drums ) e i suoi sodali (Viv Corringham – Voice, Tim Hill – Baritone Saxophone, Aaron Hawkins – Tenor Saxophone, Geoff Hawkins – Tenor Saxophone, Lol Coxhill – Soprano Saxophone e Roger Turner – Percussion) disegnano la mappa sonora di un mito unendo la voce dei loro strumenti a registrazioni ambientali provenienti da Bali, Cambogia, Vietnam, Martinica, Creta, Sri Lanka, Australia. E’ una cartografia a strati, che opera come un collage (Cooper cita il designer David Carson nel bel libretto che accompagna il cd e che ospita immagini di suoi collage grafici), “Contemporary pop music,electronic, hiphop, rap and other forms predominantly utilise a cut and paste digital rechnique of aural college.” afferma. “Oceans of Milk and Treacle” è una sorta di collage musicale amplificato dove diversi Mike Cooper si sommano e si moltiplicano. Musiche e suoni vengono agitati e mescolati in continuazione, in un moto che non mostra segni di sforzo o di fatica. Ne emerge un raffinato lavoro di cartografia musicale, che mi indirizza verso questa lunga citazione dal bel libro di David Toop “Exotica”:

Then I remembered the story of the cartographers’ nightmare. For years a new world map had been in preparation. All major floodings, earthquakes, erosions and volcanic eruptions were monitored. Every new state, devolved territory and fissured country had been accounted for. Every dictator’s ruling on name changes and boundary claims had been evaluated. Where possible, the outcome of guerrilla wars had been determined by secret organisations in order to comply with the shape of the map. The map was published to huge acclaim, its detail and accu-racy outstanding, its beauty breathtaking. Less than one year after publication, a new island appeared in the Indian Ocean. Roughly the size of Madagascar, the island lay to the south of Sumatra. There were people living on the island; culturally, they seemed uninteresting to the world. There was little chance of Steven Spiel-berg rushing to film them. Anthropologists who specialised in South-East Asian studies were excited, however, since the kinship system they discovered was minutely yet significantly different from anything previously encountered. The same was true of flora and fauna: no lost-world dinosaurs or man-eating plants but a fabulous range of growing and creeping things that were just different enough to attract armies of ecstatic specialists in botany, lepidoptery, mycology, ornithology and other interests too obscure to name. In the battle for rights to name the island, the governments of Indonesia and Australia reached a dangerous level of hostility. Proposals for names such as Sambir, Typee or Tsalal were rejected for their vestigial allusions to colonial history, albeit the sector of that history belonging to the imagin-ation. Even before a decision could be reached, news editors tired of the story. Public interest waned. Speculation ceased. Beyond the infrequently consulted pages of academic journals, the island became just another remote plot of land where there were no film stars, no computer networks and, for the time being, no tourist hotels. Then, suddenly, the island vanished. No earthquake tremors were reported, no UFOs had been sighted. Satellite photography proved its disappearance without giving any clue to the cause. The media treatment of the event was structured according to the response apparatus activated by a sudden, catastrophic and totally inexplicable plane crash — the type of crash when a jumbo jet full of children, pregnant women, honeymooners and at least one sports star plummets into the sea, leaving only a black box that records the final words of the captain as he screams, `Aah, shit, we’re gonna die . . .’ Rolling news reports were illustrated by pic-tures of nothing in particular, followed sharply by analysis, blame, exoneration, the hard news rounded off by human interest stories questioning the value of counselling, the wisdom of foreign travel, the madness of science. Inevitably, the island’s retreat back into its oceanic source led to eventual indifference. Perhaps the entire incident had been a fantasy, a media fabrication, an elaborate diversion from some-thing malign taking place on the other side of the world. Only conspiracy theorists, grieving academics, Atlanteans and pro-fessional treasure hunters from Florida maintained an interest. Of course, the cartographers could hardly forget. In a collective death pact reminiscent of posthuman Webcults they committed suicide.” Anche gli Oceani di latte e melassa di Mike Cooper scompaiono dalle mappe quando la musica finisce.