L’improvvisazione e il team di Tee&Company su #neuguitars #blog #TakayanagiMasayuki

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Le forme musicali sono strumenti e quelle genuinamente nuove sono poche e lontane tra loro. Se, come me, pensate che i cambiamenti culturali siano essenzialmente guidati dalla tecnologia e dalla società, non potete non prestare attenzione al Giappone. Ci sono diversi motivi per questo, e sono profondamente radicate nella storia. Credo che i giapponesi amino le cose “futuristiche” perché vivono nel futuro da così tanto tempo ormai. La loro storia, quell’altra forma di finzione speculativa, spiega perché. I giapponesi, fondamentalmente, sono stati ripetutamente presi a calci, sempre più in basso nella linea temporale, da traumi nazionali avvenute con cadenze seriali. Come noi italiani hanno vissuto gli ultimi centocinquanta anni in uno stato di cambiamento profondo, quasi costante. Il ventesimo secolo, per il Giappone, è stato come un giro su una slitta a razzo, con successivi fasci di carburante che si accendevano spontaneamente, uno dopo l’altro. Non deve essere stato facile, devono essere tutti impazziti per un breve periodo, ma poi si sono messi insieme in qualche modo e sono andati avanti. La rivoluzione industriale per loro è arrivata intera, nel kit completo: piroscafi, ferrovie, telegrafia, fabbriche, medicina occidentale, divisione del lavoro, un esercito meccanizzato e della volontà politica di usarlo. Poi quegli americani tornarono a colpire la prima società industriale asiatica con la luce di mille soli – due volte, e molto duramente – e così la guerra finì. A quel punto sono arrivati gli alieni in forze, questa volta con valigette e piani industriali, decisi a imporre un retrofit culturale sulla loro terra bruciata. Alcuni aspetti centrali del nucleo feudale-industriale furono lasciati intatti, mentre altre aree della cultura politica e imprenditoriale della nazione furono pesantemente innestate con tessuto americano, risultando in forme ibride….e in un desiderio spasmodico per il futuro. Il Giappone ha saputo conquistarsi un un posto molto centrale e molto importante in termini di economia globale. Ancora oggi, sebbene siamo ben distanti dagli anni gloriosi della bolla speculativa, credo ancora che il Giappone sia l’impostazione predefinita dell’immaginazione globale per il futuro. Mi sembra che i giapponesi vivano diversi clic davanti a noi lungo la sequenza temporale, di sicuro sono i primi adattatori per eccellenza e, anche se mi occupo di una narrazione musicale, credo che mi convenga prestare seria attenzione a questo aspetto. Lo fanno da più di un secolo ormai, e hanno davvero un vantaggio sul resto di noi, se non altro in termini di quello che chiamavamo “shock futuro” (ma che ora è semplicemente l’unica costante in tutte le nostre vite).

L’elasticità tecno-culturale che oggi ci offre il Giappone è il risultato di una traumatica e continua dislocazione temporale iniziata quando i giapponesi, usciti negli anni ’60 dell’Ottocento da un lunghissimo periodo di profondo isolamento culturale, inviarono un gruppo di giovani brillanti nobili a Inghilterra. Questi giovani tornarono portando notizie di una cultura tecnologica aliena che dovevano aver trovato tanto meravigliosa, quanto sconcertante, come noi oggi potremmo considerare i prodotti dell’ingegneria spaziale di Gundam. Questi ragazzi moderni, in qualche modo, hanno indotto la nazione del Giappone a ingoiare l’intera rivoluzione industriale. Gli spasmi risultanti furono violenti, dolorosi e probabilmente inconcepibilmente disorientanti. I giapponesi acquistarono l’intero set di opzioni: orologio, ferrovie a vapore, telegrafi, sistemi d’armamento, abbigliamento, progressi della medicina occidentale. Inglobarono il tutto e tenettero il piede premuto sull’acceleratore, rinascendo come prima nazione industrializzata dell’Asia. Il che li portò, non molti decenni dopo, in una modalità espansionistica per la costruzione di un impero, un desiderio che alla fine fece evaporare due delle loro città, spazzate via da un nemico che brandiva una tecnologia che avrebbe potuto anche provenire da una galassia lontana. E poi quel nemico, i loro conquistatori, gli americani, si sono presentati di persona, sorridenti, intenti a un programma sorprendentemente ambizioso di re ingegnerizzazione culturale. Gli americani, decisi a ristrutturare la psiche nazionale dalle radici in su, hanno inavvertitamente fatto precipitare i giapponesi di diversi clic lungo la linea temporale. Il risultato di questo tremendo triplice smacco (industrializzazione catastrofica, guerra, occupazione americana) è il Giappone che ancora oggi ci delizia, disturba e affascina: un mondo specchio, un pianeta alieno con cui possiamo effettivamente fare affari, un esempio culturale. E’ sempre stato così?

Nel 1977 il jazz giapponese era alla ricerca di una sua strada personale, di una sua personale visione del jazz e dell’improvvisazione. Questo doppio CD è una versione completa della trilogia di Tee & Company, comprendente “Sonnet”, “Dragon Garden” e “Spanish Flower”.

Credo che questo gruppo, Tee & Company, possa essere considerato come un buon esempio della scena jazz giapponese degli anni ’70. Era un combo di otto elementi organizzato nel 1977 da Tee Fujii, titolare della etichetta discografica indipendente Three Blind Mice, creata proprio per promuovere il jazz giapponese. L’idea di base era quella di raccogliere il meglio che il Giappone potesse offrire, ma senza creare una V.S.O.P. (Very Special One-night Performance). L’obiettivo era quello esibire il jazz di allora al pubblico mainstream, coinvolgendo otto musicisti che avevano tutti esplorato il free jazz. “Jojo” Takayanagi e “Kin-san” Kanai si occuparono della direzione musicale della band, avevano entrambi fatto parte della rivoluzione jazz giapponese dalla fine degli anni ’50 e avevano sempre suonato musica radicale. Masaru Imada era uno dei migliori tecnici di registrazione della TBM e un eccellente pianista, con anni di esperienza al fianco di Jojo e Kin-san. Kenji Mori era un sassofonista, clarinettista e flautista che giocava un ruolo importante nel free jazz e nell’hard bop. Takao Uematsu, al suo debutto discografico su TBM, è un esponente di spicco della scuola di jazz Coltrane. Nobuyoshi Ino, contrabassista, apparve al Moers Jazz Festival nel 1980, insieme a Jojo e Mori Hiroshi. Murakami si era già fatto un nome quando era parte della Masabumi Kikuchi’ Band. Yuji Imamura era il percussionista n. 1 in Giappone. Tutti i membri della band, tranne Ino e Murakami, erano già band-leader quando i Tee & Company si formarono. E’ difficile individuare con precisione il carattere di una band di improvvisatori, specialmente nell’ambito del free jazz. Le dicotomie interne alla musica non hanno spesso un carattere discreto, e in questo caso, diventa difficile classificare gli approcci improvvisativi in maniera netta, grazie alla presenza o meno di idiomi specifici. Nei Tee & Company l’improvvisazione collettiva emerge come un campo di enorme variabilità e possibilità espressive, quasi impossibile da afferrare con un unico sguardo analitico. Quello che mi sembra più evidente è, tuttavia, l’eccellente affiatamento raggiunto dai musicisti, per essere una band che non ha poi successivamente prodotto altri dischi, il loor interplay era davvero eccellente. Credo che le prove fatte mesi prima delle registrazioni siano state fondamentali, uno strumento per acquisire pratica e familiarità con un’idea, uno schema, un modello, una partitura, un tema, un materiale sonoro, una modalità relazionale. Credo siamo qui presenti a una l’improvvisazione eterodiretta, un insieme di pratiche di produzione musicale istantanea in cui è presente una forma di direzione esterna che ne condiziona e controlla lo svolgimento, influenzandone la strutturazione, il processo e il risultato narrativo finale, guidata dagli stessi Takayanagi e Kanai. Nei Tee & Company formazione e creazione si sono combinati efficacemente insieme, creando un processo espressivo totalmente integrato. Ciò che emerge è, infine, un’idea di improvvisazione collettiva come metafora di “incontro” tra individui, distante dalle modalità più tradizionali del jazz, in grado di sorprendere costantemente con la sua imprevedibilità e capacità di coinvolgere i performer in una reale espressione collettiva votata all’accoglienza, alla trasmissione e alla condivisione spontanea del fare musica.

Nel libretto che accompagna i cd c’è scritto: “We want to perform music that is joyful and full of life, with intellectual arrange-ments and powerful improvisations.”. Ci sono riusciti benissimo. Così hanno distribuito il futuro.


Working…
Done! Thank you!